Un po' di storia...
Conoscere un popolo attraverso le iscrizioni sepolcrali
Se avete avuto l’opportunità di passeggiare lungo la via Appia Antica avrete senz’altro letto alcune delle epigrafi funerarie che si incontrano lungo il cammino; i monumenti, gli altari, le tombe riescono ancora, dopo venti secoli, a comunicare con voi attraverso le proprie iscrizioni.
L’usanza di porre le tombe sulla via Appia si deve soprattutto al desiderio dei Romani di far perpetuare la loro memoria; ecco, quindi, che i defunti parlano ai viandanti talvolta con grande dovizia di particolari, altre volte in modo conciso ma intenso, trasmettendo loro la propria visione della vita e della morte; quante cose hanno potuto trasmetterci del loro tempo! Quante cose emergono circa la filosofia, la religione, le classi sociali, i mestieri…
Nelle più arcaiche l’elemento fondamentale è il nome del defunto, spesso declinato al dativo, come dedica; si pensi alle prime, brevissime iscrizioni funerarie di Preneste del III se. A. C.: i cosiddetti tituli; più tardi, in epoca repubblicana, si scrissero elogi in metrica dedicati soprattutto a personaggi eminenti di cui si volevano celebrare il valore ed il nobile lignaggio. Per i più giovani era molto frequente indicare l’età con il numero degli anni, dei mesi, dei giorni e perfino delle ore con lo scopo di sottolineare la brevità della loro esistenza.
Non fu cosa rara trovare menzione della condizione sociale del defunto (civis romanus, libertus, servus) e dell’attività svolta in vita (artigiano, medico, commerciante, maestro).
“Protogenes Clouli suauei heicei situst mimus, que fecit populo soueis gaudia nuges”
Qui giace Protogene, schiavo di Clulio, mimo giocondo. Con i suoi frizzi procurò al popolo tante ore liete. Questo si legge in un’iscrizione proveniente da Amiterno datata intorno al 211 a.C. (CIL I 1861)
Oppure da Tarragona (CIL II 4314):
D.M.
EUTICHETI AURIG. ANN. XXII FL. RUFINUS ET SEMP. DIOFANIS SERVO B.M.F.
Hoc rudis aurigae requiescunt ossa sepulchro
nec tamen ignari flectere lora manu,
iam qui quadriiugos auderem scandere currus
et tamen a biiugis non remouerer equis.
Inuidere meis anni crudelia fata,
fata quibus nequeas opposuisse manus.
Nec mihi concessa est morituro gloria circi,
donaret lacrimas ne pia turba mihi.
Vssere ardentes intus mea uiscera morbi,
uincere quos medicae non potuere manus.
Sparge, precor, flores supra mea busta uiator:
fauisti uiuo forsitam ipse mihi.
AGLI DEI MANI
DELL’ AURIGA EUTICHETO DI ANNI 22. ALLO SCHIAVO MERITEVOLE FLAVIO RUFINO E SEMPRONIA DIOFANE POSERO
In questo sepolcro riposano le ossa d’un semplice auriga, abile, però, nel reggere in pugno le redini, sì che già mi avventuravo a montare sulla quadriga, pur non avendo ancora lasciato la biga.
Invidiò gli anni miei l’acerbo fato, il fato, al quale l’uomo non può opporsi. E non mi fu dato morire nella gloria del circo, sì che il pubblico impietosito mi offrisse il tributo delle sue lacrime: mi bruciò le viscere un male nascosto che i medici non riuscirono a debellare.
Spargi fiori, ti prego, o viandante: forse un giorno tu pure facesti il tifo per me.
Da questa epigrafe emerge il grande affetto che Flavio e Sempronia provarono per questo giovane schiavo cui fecero erigere un basamento che reca l’immagine di un auriga con la palma; il tutto è pervaso da un senso di fatalismo e di rimpianto per questa perdita; si percepisce, inoltre, il legame che univa il giovane al suo pubblico da cui implora ancora un ultimo omaggio floreale.
Gli errori grammaticali, così soventi in questo genere di iscrizioni, possono derivare dalle pronunce locali o dal livello culturale dell’inscriptor o da quello del committente; spesso si ispiravano a fonti letterarie o ad altri epitaffi che leggevano lungo le strade consolari; la dedica Dis Manibus sta ad indicare che la tomba, in quanto res religiosa, appartiene agli Dei Mani; i quali dovranno proteggerla dai devastatori.
A questo proposito occorre precisare che era molto frequente l’uso delle imprecazioni contro i violatori della tomba; a volte in forma di preghiera come: “rogo ni noceas” oppure: “rogo per deos superos inferosque ni velitis ossa mea violare”; altrimenti in forma di maledizione: “opto ei (ipotetico violatore) ut cum dolore corporis longo tempore vivat et cum mortuus fuerit, inferi eum non recipiant”.
Ad esempio:
Quisquis hoc sustulerit aut iusserit, ultimus suorum moriatur.
Quisquis hoc sustulerit aut laeserit, ultimus suorum moriatur.
Chiunque solleverà questa pietra o la farà rimuovere, muoia l’ultimo dei suoi.
Chiunque solleverà questa pietra o la danneggerà, muoia l’ultimo dei suoi.
(CIL VI 29946. Roma)
E ancora:
D.M.
AURELIUS NICETA AURELIAE AELIANETI FILIAE BENEMERENTI FECIT
Fossor,uide ne fodias. Deus magnu oclu abet; uide. Et tu filios abes.
AGLI DEI MANI
AURELIO NICETA ALLA FIGLIA AURELIA ELIANETE BENEMERITA POSE.
Becchino, attento a non scavare. L’occhio di Dio è grande, bada. E tu pure hai dei figli.
(CIL VI 34635; da Roma)
La dedica agli Dei Mani fu talmente in uso che venne tramandata anche nei sepolcri mitriaci ed in quelli cristiani; le iscrizioni cristiane più antiche non si distinsero quasi in nulla da quelle pagane; l’unico indizio è quello di trovare alla fine l’augurio: in pace oppure depositus col giorno del seppellimento. A volte è presente un ramoscello di olivo oppure una colomba; soltanto dopo la pace religiosa (314 d.C.) troviamo espressi concetti e simboli apertamente cristiani come il monogramma di Gesù nelle sue molteplici varianti; l’α e l’Ω, le acclamazioni con l’augurio di vivere in Cristo, sorgente di vita. A volte il defunto in prima persona richiede le orazioni e comunque la morte è concepita come riposo in attesa della resurrezione.
Diverso il concetto di vita e di morte che traspare dalle epigrafi pagane:
Functus honorato senio plenusque dierum
Euocor ad superos: pignora, quid gemitis?
Trascorsa una onorata vecchiaia, carico di anni, sono chiamato presso gli dèi: figli, che avete da piangere?
(CIL XIII 2313. Da Lione)
Quandius uixi, quaesiui nec cessaui perdere semper: mors interuenit, quae facet ut ab utr(o)quae uace(m)
Finchè vissi, accumulai denaro senza mai cessare di perderne. Venne la morte, e da profitti e da perdite mi liberò.
(CIL VI 30111. Da Roma)
…nec duro iam doleas obitu.
Nec tibi nec nobis aeternum uiuere cessit:
quod pueri occidimus, fata querenda putas?
Dum sis in uita, dolor est amittere uitam;
dum simul occidimus, omnia despicias.
Orbem sub leges si habeas dum uiuis, ad Orchum
quid ualet? Hic nulla est diuitis ambitio.
…non ti dolere più per questa triste dipartita: né a te né a noi fu dato vivere per sempre. Se perimmo bambini, vuoi incolpare il destino? Finchè si è vivi, è doloroso perdere la vita, ma appena estinti, non importa più nulla. Anche se, da vivo, tieni il mondo intero sottoposto alle tue leggi, una volta disceso all’Orco, che vale? Qui nessuno si inchina ai potenti.
(CIL XII 5272. Da Narbonne, Francia)
L.NOMERIUS VICTORINV MARSUS PRESIDIUS REGIO
Credo certe ne cras.
LUCIO NOMERIO VITTORINO MARSICO DI GUARNIGIONE A REGGIO.
Sono convinto che non ci sia domani.
(CIL VI 23003. Da Roma)
Quod superest homini, requiescunt dulciter ossa,
nec sum sollicitus ne subito esuriam,
et podagram careo nec sum pensionibus arra
et gratis aeterno perfruor hospitio.
ANCARENA CHRESTE CONIUGI SANCTO ET ANCARENA ARGYRIS PATRI INDULGENTISSIMO ET BENE MERENTI FECER(UNT).
Qui riposano in pace le ossa: ciò che resta di un uomo. Non mi angustia il pensiero di trovarmi improvvisamente alla fame, sono immune dalla podagra né mi accadrà più di essere garante di un pagamento rateale. Usufruisco per sempre di un alloggio gratuito.
ANCARENA CRESTE ALL’OTTIMO MARITO E ANCARENA AARGIRI AL PADRE INDULGENTISSIMO E BENEMERITO POSERO.
(CIL VI 7193°. Da Roma)
E ancora:
M.MARIUS M. L. SA…M.L.T…SUO ET MARIAE M. L. FAVS…RUFO.
Vitai consolat(io).
Quid sumus aut loquimur, uita est denique nostra?
Vel modo nobiscum uixit homo nunc homo non est.
Stat lapis et nomen tantum, uestigia nulla.
Quid quasi iam uita est? Non est quod querere cures
DEDICATO DA MARCO MARIO LIBERTO DI MARCO SA…A MARCO MARIO LIBERTO DI MARCO T…SUO E A MARIA LIBERTA DI MARCO …RUFO.
Consolazione della vita. Che cosa siamo, di che cosa parliamo, che cos’è, infine, la nostra esistenza? Un momento fa l’uomo viveva accanto a noi, ora non è più: resta soltanto una lapide, un nome, nessuna traccia. E, del resto, che cos’è la vita? Non merita che tu cerchi di saperlo.
(CIL VI 22215. Da Roma)
E, per concludere:
Si non molestus est, hospes, consiste et lege.
Nauibus, ueliuolis magnum mare saepe cucurri,
accessi terras conplures, terminus hicc est
quem mihi nascenti quondam Parcae cecinere.
Hic meas deposui curas omnesque labores,
sidera non timeo hic mare saeuom,
nec metuo sumptus ni questum uincere possit.
Alma Fides, tibi ago grates, sanctissuma diua,
fortuna infracta ter me fessum recreasti,
tu digna es quam mortales optent sibi cuncti.
Hospes uiue uale, in sumptum superet tibi semper,
qua non spreuisti hunc lapidem dignumq. dicasti.
Se non ti dispiace, viandante, fermati e leggi. Su navi e su velieri spesso ho percorso le ampie distese del mare.
Sono approdato in molti paesi; questo è l’ultimo porto che mi vaticinarono le Parche il giorno in cui nacqui.
Qui ho deposto ansie e fatiche, qui non temo le stelle né la furia del mare; e non ho paura che le spese, mai sia! Sorpassino gli utili.
Santa Onestà, a te rendo grazie, dea immacolata: per ben tre volte, quando ebbi un rovescio di fortuna, mi hai rimesso in piedi. Tutti i mortali dovrebbero augurarsi di possederti.
Tu che passi, vivi sano; resti sempre a tuo credito il non aver commesso atti in ispregio di questa lapide e aver fatto un’offerta di devozione.
(CIL IX 60. Da Brindisi)
Attraverso questi toni elegiaci che ricordano alcuni versi di Catullo e di Ovidio, ecco apparire la figura di un uomo che ha dedicato la sua vita alla navigazione affrontando problemi economici e temendo le forze della natura; alla fine con un messaggio subliminale prega il viandante di non oltraggiare la tomba. Nelle precedenti epigrafi si riscontra il senso della vanitas vitae; con fatalismo e rassegnazione si accetta la fine dell’esistenza e mentre alcuni sono fermamente convinti che non esista un domani, altri, in modo autoironico, sono quasi sollevati per non dover pagare più l’alloggio o le tasse, affrontare malattie e patire la fame.
La grande quantità di iscrizioni è stata raccolta in diverse opere; la più importante delle quali è il Corpus Inscriptionum Latinarum, Berlin 1863-1959 (abbr. CIL); nella presente scrittura ci siamo volutamente soffermati sulle epigrafi funerarie perché è vero che l’archeologia ha il compito di ricostruire la storia del passato; ma non deve occuparsi esclusivamente della “grande storia”; questa volta abbiamo preferito dare uno sguardo al passato attraverso le emozioni e i sentimenti, la religione e la superstizione che animavano questo popolo dai molteplici aspetti, “contaminato” dalle diverse culture con cui veniva in contatto; e che desiderava lasciare un ricordo del suo passaggio nel mondo in quelle poche righe scolpite sul marmo; una società composta da militari, magistrati, artigiani, commercianti ,schiavi e liberti dai nomi greci ed orientali che svelano la multietnicità dell’Impero Romano; e, conseguentemente, testimoniano la pluralità delle diverse correnti filosofiche e religiose che diedero origine a vari atteggiamenti dell’animo umano nei confronti dell’aldilà.
Maria Pia Scirè Calabrisotto - 18 ottobre 2026
INTERVISTA A MASSIMO FRANCO
di Manuela Lucchini
L’ULTIMO SUCCESSO EDITORIALE DI MASSIMO FRANCO
“PAPI DOLLARI E GUERRE”: un titolo che sembra quello di un libro giallo. E un po’ – non me ne voglia l’Autore – questo libro lo è. Avvincente, interessante, ti prende dalla prima all’ultima pagina. Sembra impossibile per una storia che parla di Stati Uniti e Vaticano? Massimo Franco svela tanti segreti, tanti retroscena dei rapporti tra questi due mondi che per secoli si sono scrutati con curiosità e diffidenza.
CARLO LIZZANI: UN RICORDO SPECIALE!
Ebbi la fortuna di conoscere Carlo Lizzani al Liceo Visconti, quando l’Associazione Ex Alunni gli conferì il “Premio Mattonella”. Era esattamente il periodo in cui il Maestro stava girando il film “Roma bene”. Ricordo che legammo subito a livello personale: il presidente dell’Associazione all’epoca era il grande commediografo Sandro Giovannini ed io, come Segretario, coordinavo le fila delle attività, sotto l’aspetto organizzativo. Pochi anni dopo, con la scomparsa di Sandro, pensammo subito a lui, come nuovo presidente; una carica che Lizzani accettò con grande entusiasmo e che gli è stata sempre rinnovata, fino a quel drammatico giorno dell’ottobre 2013, quando decise di farla finita!
AGGIUNGI UN POSTO A TAVOLA FESTEGGIA 50 ANNI!... E IO C’ERO!
Avevo sempre sentito parlare di “Garinei & Giovannini”, la mitica coppia artistica e teatrale di grande successo. Da ragazzino vedevo spesso e volentieri Il Musichiere, creato da loro, con il grande Mario Riva alla conduzione: “Domenica è sempre domenica”, poi, l’ho sempre trovata una canzone straordinaria, le cui parole, nella loro genuina semplicità, disegnavano un acquerello delicato e appassionato: una narrazione di Roma toccante ed esaltante, un misto di fiabesco e di reale. Da bambino addirittura ascoltavo il “Giringiro”, la loro trasmissione radiofonica che seguiva il giro d’Italia.
1925-2025: CENTO ANNI DALLA NASCITA PER RICORDARE L'AUTORE ANTONIO AMURRI
Si è da poco ricordato con il centenario dalla nascita (28 giugno 1925-18 dicembre 1992) il grande autore e umorista radiotelevisivo e teatrale, nonché autore di divertentissimi libri Antonio Amurri, un umorista eccellente.
Proprio in questi giorni il Maestro Salvo Ligama, “street artist” nativo della vicina Caltagirone, ha realizzato un bellissimo murales (in effetti dovremmo dire mural, al singolare!), in omaggio a Pippo Baudo. Un’opera assai apprezzata ed accolta con entusiasmo dalla cittadinanza di Militello in Val di Catania e dai visitatori che si recano nella bella cittadina barocca, Patrimonio Unesco e “Borgo più bello d’Italia 2025”.
In tale contesto, ci piace riproporre un ricordo speciale scritto “in diretta”, mentre a 200/300 metri, nel vicino Santuario di S.Maria della Stella (dove il Baudo ragazzino aveva fatto il chierichietto!) si celebravano le esequie. Una testimonianza e un ricordo veramente unici!
Militello in Val di Catania, 20 agosto 2025
GIANNALBERTO PURPI: UN RICORDO SPECIALE!
Caro Giannalberto
Ti scrivo queste righe, sperando che tu possa leggerle da qualche parte. Tu non amavi la tecnologia, il computer lo chiami “nfrinchete-nfrà”! Probabilmente, tra le stelle, o in qualche dimensione a noi umani sconosciuta, non avrai bisogno di un banale PC per leggere queste parole di affetto!
Venerdì 17 aprile, mentre eravamo in scena al Teatro Petrolini, in camerino, durante l’intervallo ho letto la notizia che non avrei mai voluto leggere. Purtroppo mi era materialmente impossibile venire a Velletri per tributarti l’ultimo applauso. E allora, ti voglio salutare almeno così, ricordando i vecchi tempi!
Ti conobbi circa 35 anni fa, ai tempi dell’indimenticabile club La Spezia 83. Ci fece conoscere una comune amica: allora io mi occupavo solo di fotografia con un certo successo; l’incontro fu interessante, sotto questo profilo, ma io rimasi subito colpito dal tuo carattere solare, sempre allegro e sorridente, brillante: avevi le battute sempre pronte, ogni chiacchierata con te si trasformava dopo poco in un numero di cabaret! Ci fu subito intesa, fra di noi!
Poi, a seguito di circostanze veramente inusuali che non sto qui a ricordare, osservando e seguendo tutti i tuoi lavori teatrali, mi venne l’idea balzana di provare a scrivere per il teatro. In realtà, io, da giornalista, ero abbastanza digiuno in materia, a parte importanti frequentazioni artistiche che avevo e a parte l’aver frequentato il Teatro Quirino fin da bambino, cosa che mi lasciò un forte imprinting, a forza di Edoardo e Peppino.
Pertanto, ti feci leggere qualcosa di comico che io avevo già buttato giù, quasi per gioco; e ti piacque. Maturò subito l’idea di scrivere qualcosa insieme; e così nacque “Quattro cuori e un bungalow”, il mio primo lavoro: la nostra prima commedia a quattro mani!
Fu un grande successo a I Miti. Alla prima venne il grande Carlo Lizzani, mio caro amico, una sera venne a trovarci pure Luciano De Crescenzo, insomma, subito grandi e lusinghiere soddisfazioni. Infatti, poco dopo seguì “Vendetta a due piazze”: ricordo come certe battute, durante la scrittura in quel di Via Sanremo, ci venissero insieme, come se ci fossimo già messi d’accordo!
Io, come si può immaginare, ero entusiasta e scalpitavo per recuperare il tempo perduto, ma tu avevi giustamente altri tempi e progetti e così, per necessità, cominciai a scrivere da solo, forte solo degli insegnamenti che mi avevi trasmesso tu. Ricordo che negli anni a seguire ancora qualche altra commedia la firmammo insieme, poi, purtroppo, iniziarono i tuoi problemi di salute. E fu una grande perdita artistica per tutti noi che ti stavamo vicino.
Ora ci hai lasciato per sempre! E io, personalmente, voglio ringraziarti qui pubblicamente per quello che mi hai insegnato, per le prime esperienze che mi hai fatto fare, mettendomi in condizione di navigare anche da solo tra i flutti complessi della drammaturgia, inserendomi nell’ambiente, facendomi conoscere realtà importanti come l’E.N.A.P. (conservo ancora la tessera firmata dal grande Andrea Camilleri), lo S.N.A.D., il Sindacato Autori Drammatici, di cui ancora faccio attivamente parte.
Credo che tutta Roma (e non solo) ti sia grata per quanto hai seminato in campo teatrale, non solo con le tue gustose e divertenti commedie, ma anche per i molti giovani che, anche grazie a te, hanno mosso i primi passi: ricordo solo tre nomi su tutti: Virginia Raffaele, che appena ventenne partecipò al secondo allestimento di Quattro cuori e un bungalow, Maurizio Battista, che a I Miti fece i suoi primi spettacoli con te, e Rocco Papaleo, che ad inizio carriera incontrai personalmente a un tuo spettacolo. Non menziono tutti gli altri bravissimi artisti che hanno collaborato con te e che ho avuto modo di conoscere di persona: sono tantissimi e non vorrei dimenticarne qualcuno!
Tu avevi il dono innato della comicità: eri spontaneo e immediato. Stare con te era un piacere e un divertimento.
Purtroppo, ci mancano da un bel pezzo i tuoi modi di dire, divenuti abituali tra di noi!
Spero che tu possa continuare a fare teatro in qualche altra dimensione, magari seguendo l’istinto di quella spiritualità che in te non tutti conoscevano. Comunque portando una ventata “di cabaret”, come dicevi tu, in luoghi e dimensioni forse non propriamente teatrali!
Buon viaggio, “principà”! (come dicevi tu...). Mi auguro che si possa riuscire a fare qualcosa di concreto per ricordarti opportunamente. “E se non ce la fa-remo, ce la farà-romolo” (pure questa è tua, principà!).
Intanto, grazie! Grazie da parte mia sicuramente! Ti ricorderò per sempre. E certamente non sarò da solo!!!
di Salvatore Scirè
Crea il tuo sito web con Webador