NON E' UN PAESE PER SINGLE
La bravissima autrice, alla fine del libro, scrive con sincerità che il suo scopo è intrattenere. Qui come in tutti gli altri libri suoi che ho letto, ci riesce benissimo.
Benvenuti nella sezione "Letteratura e dintorni" di prisma, riflessi di cultura. Qui, ogni libro è un viaggio e ogni autore una scoperta. Ci immergiamo nelle pagine per svelare nuove prospettive, offrendo ai lettori curiosi una chiave di lettura unica e approfondita. Condividiamo la nostra passione per la letteratura, con un focus sui dettagli che contano e sulle storie che meritano di essere raccontate. Unisciti a noi per esplorare l'infinito universo dei libri.
La storia è ambientata nel Parco dei Monti Sibillini, nelle Marche. Ai piedi di una corona di monti che formano un arco che va dal Monte Vettore alla Sibilla. Il fascino e il mistero del luogo sono antichi. Il sito racconta di leggende sulla Sibilla, profetessa legata a pronostici e vaticini spesso oscuri, e ancor di più sul Lago di Pilato. Situato sotto il Monte Vettore, lo specchio d’acqua è il principale e più noto esempio di ambiente glaciale nei Sibillini. Si trova all'interno di un circo glaciale (una conca scavata da un antico ghiacciaio) e sbarrato dai resti di una morena (accumulo di detriti rocciosi trasportati dal ghiaccio). (Wikipedia)
Queste storie fantastiche sono riferite già in Antonio De La Sale che nel 1420 scrisse Il Paradiso della regina Sibilla e in Cecco d’Ascoli, medico, astrologo e negromante condannato al rogo per eresia.
La vicenda, il misterioso ed atroce omicidio di una studiosa, una biologa francese interessata alla selvaggia ed affascinante area, impegna oltre misura la giovane Alma Rovere, a capo della caserma dei Carabinieri di Visso. Accanto a lei uno studioso dei lupi, che segue nella loro quotidianità attraverso l’utilizzo di fototrappole.
Il racconto lambisce anche il terribile evento del terremoto del 2016 che ha sconvolto quelle ridenti aree costringendo gli abitanti ad un doloroso esodo ed impoverendo quei paesi ormai quasi del tutto spopolati.
L’autore, Giuseppe Festa, nasce a Milano nel 1972, si laurea di Scienze naturali e anche musicista. Con una felice scrittura riesce a rendere la poesia dei silenzi di questi luoghi, delle valli, dei santuari (imperdibile quello di Macereto), la forte spiritualità di cui sono imbevuti i passi, le forre, i boschi. In quest’area sono numerosi anche gli eremi, e forte è pure la tradizione benedettina.
Carla Roscioli 20 ottobre 2026
L’arte può assumere un significato che supera la semplice rappresentazione della realtà, trasformandosi in uno strumento attraverso il quale riconoscere, analizzare e difendere la verità dei fatti. È in questa prospettiva che si inserisce il Nuovo Verismo Italiano, elaborato e codificato da Giulio de Nicolais d’Afflitto, una concezione artistica e culturale che si richiama alla lunga tradizione italiana impegnata a considerare la realtà non soltanto come materia narrativa, ma anche come oggetto di ricerca, testimonianza e responsabilità intellettuale. Per comprenderne l’originalità occorre distinguere questa esperienza dal Verismo letterario di Giovanni Verga e dal Neorealismo cinematografico del secondo dopoguerra, riconoscendo al tempo stesso l’esistenza di una continuità ideale tra differenti modi di interpretare la condizione umana e le contraddizioni della società.
Con Giovanni Verga, la letteratura italiana dell’Ottocento sviluppò una nuova attenzione verso la concretezza dell’esistenza e i meccanismi sociali che determinavano il destino degli individui. Attraverso opere come I Malavoglia, Mastro-don Gesualdo e le novelle, lo scrittore siciliano rappresentò la povertà, il lavoro, la proprietà, i rapporti familiari, le ambizioni di miglioramento sociale e la lotta per la sopravvivenza, adottando il principio dell’impersonalità, attraverso il quale l’autore cercava di rendere invisibile la propria presenza. Il Verismo non consisteva tuttavia in una semplice riproduzione fotografica della realtà, ma nella costruzione di una forma narrativa capace di far emergere dall’interno dei personaggi e delle vicende le contraddizioni della società italiana ottocentesca.
Una diversa interpretazione del rapporto tra arte e realtà si affermò con il Neorealismo cinematografico, sviluppatosi soprattutto durante e negli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. Registi come Roberto Rossellini, Vittorio De Sica e Luchino Visconti portarono la macchina da presa fuori dagli studi cinematografici, incontrando le strade, le macerie, le periferie, la povertà, l’occupazione, la Resistenza e le difficoltà della ricostruzione nazionale. Film come Roma città aperta e Paisà di Rossellini, Ladri di biciclette di De Sica, Ossessione e La terra trema di Visconti restituirono centralità alle persone comuni e alle loro condizioni di vita, ricorrendo anche ad ambientazioni autentiche e attori non professionisti. Rimaneva tuttavia una rappresentazione cinematografica nella quale la selezione delle immagini, il montaggio e le scelte narrative comportavano inevitabilmente un’interpretazione artistica degli avvenimenti.
È proprio sul confine tra realtà, rappresentazione e interpretazione che si colloca la riflessione contemporanea sviluppata da Giulio de Nicolais d’Afflitto attraverso il Nuovo Verismo Italiano. Il confronto con Verga e con i maestri del Neorealismo permette di riconoscere una continuità culturale, ma soprattutto di comprendere come le trasformazioni della società abbiano prodotto nuove problematiche, alle quali l’arte è chiamata a rispondere con strumenti differenti. Se nell’Ottocento il problema fondamentale era raccontare le condizioni materiali dell’esistenza e nel secondo dopoguerra mostrare le ferite della storia, nel XXI secolo diventa essenziale interrogarsi anche sull’autenticità delle informazioni e sulla possibilità di distinguere gli avvenimenti reali dalle loro rappresentazioni.
Giulio de Nicolais d’Afflitto, romano, nato nel 1960, è filosofo, giornalista d’inchiesta, autore e regista teatrale e cinematografico. La sua attività autorale, iniziata nel 2006, si è sviluppata attraverso una produzione drammaturgica nella quale l’osservazione della società, la riflessione filosofica e l’esperienza giornalistica convergono nella rappresentazione di vicende umane e conflitti contemporanei. Tra le sue commedie figurano Al solito posto, Una certa storia romana, Ciak... il Raggiro, Effetti collaterali, Fatti e Rifatti, PsychOroscopia, Disconnessioni al km 69 della SS 6. Particolarmente significativo è il sodalizio artistico con l’attrice e regista Donatella Cotesta, con la quale ha sviluppato lavori come Una certa storia romana e Quello che non dicono di me... Anna Magnani, curati da Cotesta nella regia e nell’interpretazione. In ambito cinematografico si ricordano il cortometraggio Amore: amore cristiano, amore musulmano, ispirato a una vicenda reale, e il mediometraggio Sulla Scena del Crimine, presenti nella sez Lab nella 67 e 68 Mostra internazionale di Arte Cinematografica di Venezia.
La definizione di Nuovo Verismo Italiano non indica pertanto il semplice recupero delle tecniche narrative del Verismo ottocentesco né una riproposizione degli schemi estetici del Neorealismo cinematografico, ma il confronto con una realtà storica profondamente trasformata dalla diffusione permanente delle informazioni, dalla comunicazione digitale, dai social network e dalla moltiplicazione delle immagini. L’essere umano dispone oggi di una quantità di notizie senza precedenti, ma questa straordinaria possibilità di accesso alla conoscenza convive con una crescente facilità di alterazione e manipolazione degli avvenimenti. I fatti possono essere estrapolati dal loro contesto, modificati nel significato, trasformati in narrazioni contrapposte oppure utilizzati per orientare le percezioni collettive, fino a rendere difficile riconoscere la realtà originaria.
In questa trasformazione emerge una differenza sostanziale tra il Neorealismo storico e il Nuovo Verismo Italiano. Il primo cercava di ricondurre il cinema alla realtà concreta, superando le rappresentazioni artificiali e avvicinando lo spettatore alle condizioni effettive della società; il secondo può essere interpretato come una ricerca rivolta a recuperare la realtà all’interno di un sistema comunicativo nel quale le sue rappresentazioni rischiano di sostituirsi agli avvenimenti stessi. Non si tratta più esclusivamente di mostrare ciò che rimane invisibile o escluso dalla scena pubblica, ma anche di comprendere attraverso quali procedimenti un fatto venga raccontato, deformato, spettacolarizzato, privato del proprio significato oppure progressivamente cancellato dalla memoria collettiva.
In questo quadro assume particolare importanza il rapporto tra l’attività artistica di Giulio de Nicolais d’Afflitto e il giornalismo d’inchiesta, due ambiti che possono incontrarsi nella ricerca, nella verifica e nella ricostruzione degli avvenimenti. Teatro, cinema, scrittura e indagine giornalistica condividono infatti la possibilità di partire da documenti, testimonianze, fatti verificabili, conflitti sociali e vicende umane realmente accadute. La ricerca delle fonti non rappresenta soltanto una fase preliminare della creazione artistica, ma può contribuire a determinarne la struttura e il significato, trasformando il racconto teatrale in uno strumento di conoscenza nel quale lo spettatore viene posto direttamente di fronte alla complessità della realtà.
Da questa impostazione deriva anche il concetto di docu-commedia, una forma drammaturgica nella quale il fatto realmente accaduto costituisce la materia originaria della rappresentazione, mentre il linguaggio della commedia permette di ricostruirne i risvolti umani, sociali e psicologici senza rinunciare alla riconoscibilità degli avvenimenti. Un esempio significativo è Ciak... il Raggiro, che vede protagonista l’attrice Demetra Hampton nel ruolo di Vera-vamp, personaggio attraverso il quale interpreta se stessa all’interno di una vicenda che le era realmente accaduta. La presenza sul palcoscenico della persona direttamente coinvolta nei fatti introduce un rapporto particolare tra testimonianza e interpretazione, perché l’attrice non si limita a rappresentare un personaggio immaginario, ma restituisce teatralmente una propria esperienza vissuta. Il confine tra realtà e finzione diventa così parte integrante dell’opera, mentre la commedia assume una funzione che supera l’intrattenimento e si avvicina alla ricostruzione di un caso reale.
La docu-commedia rappresenta, in questa prospettiva, uno degli strumenti attraverso i quali il Nuovo Verismo Italiano può esprimere la propria specificità rispetto alle precedenti esperienze artistiche. Il fatto documentato non costituisce soltanto uno spunto narrativo dal quale sviluppare liberamente una vicenda, ma mantiene un rapporto riconoscibile con la sua origine, consentendo allo spettatore di confrontarsi con una storia realmente vissuta. Nel caso di Ciak... il Raggiro, la partecipazione di Demetra Hampton nel ruolo di Vera-vamp attribuisce alla rappresentazione un ulteriore livello di significato, poiché la protagonista diventa contemporaneamente soggetto della vicenda, interprete teatrale e testimone della propria esperienza. Il teatro assume così una dimensione vicina al giornalismo d’inchiesta, pur conservando l'autonomia del linguaggio artistico e la possibilità di utilizzare ironia, comicità e costruzione drammaturgica.
Una delle caratteristiche attraverso le quali il Nuovo Verismo Italiano rivendica la propria autonomia rispetto al Neorealismo cinematografico consiste proprio nel ruolo attribuito al documento e alla testimonianza. Se nella tradizione cinematografica il materiale documentale può costituire una base di ricerca dalla quale sviluppare successivamente una narrazione, nella concezione proposta da Giulio de Nicolais d’Afflitto esso può entrare direttamente nella costruzione dell’opera, diventandone una componente riconoscibile. Il teatro, di conseguenza, non viene considerato esclusivamente come lo spazio della finzione scenica, ma anche come un luogo nel quale avvenimenti autentici possono essere ricostruiti davanti al pubblico senza interrompere il collegamento con le fonti che ne hanno consentito la conoscenza.
Questa impostazione introduce una distinzione significativa anche rispetto al Verismo di Giovanni Verga. Nella narrativa ottocentesca l’autore tendeva idealmente a rendere invisibile la propria presenza, affinché il mondo raccontato apparisse capace di esprimersi autonomamente; nel Nuovo Verismo Italiano, invece, assume particolare importanza la possibilità di riconoscere il procedimento attraverso il quale il fatto reale viene trasformato in rappresentazione artistica. Rendere comprensibile questo passaggio significa affrontare uno dei problemi centrali della comunicazione contemporanea, poiché proprio la trasformazione degli avvenimenti in racconti, immagini e interpretazioni costituisce uno degli spazi nei quali possono intervenire manipolazioni, omissioni e deformazioni della verità.
Il collegamento con il dibattito sulla post-verità appare, in tale prospettiva, particolarmente significativo. In una società nella quale le emozioni, la ripetizione dei messaggi e il senso di appartenenza a determinate comunità possono esercitare un’influenza superiore alla verifica oggettiva dei fatti, il recupero del documento, della testimonianza e del riscontro assume un valore che supera la dimensione puramente estetica. L’arte può diventare uno strumento di responsabilità civile, capace di sollecitare nello spettatore non soltanto una partecipazione emotiva, ma anche una riflessione critica sulla provenienza, sull’attendibilità e sul significato delle informazioni che gli vengono presentate.
Il Nuovo Verismo Italiano può essere quindi interpretato come un percorso artistico e intellettuale orientato a trasformare la rappresentazione in uno strumento di conoscenza. L’obiettivo non si esaurisce nella capacità di suscitare emozioni o di raccontare una vicenda coinvolgente, ma comprende la possibilità di mettere il pubblico nelle condizioni di interrogarsi su ciò che vede, sulle fonti dalle quali proviene il racconto e sulle eventuali distorsioni intervenute tra l’avvenimento originario e la sua restituzione scenica o cinematografica. In questo senso, il rapporto tra arte e verità diventa parte integrante della riflessione culturale, mentre la responsabilità dell’autore si misura anche nella consapevolezza del potere che ogni rappresentazione esercita sulla percezione collettiva.
Tale distinzione permette di evitare che il Nuovo Verismo Italiano venga considerato semplicemente una nuova denominazione del Neorealismo, dal momento che il rapporto tra le due esperienze può essere individuato sul piano della continuità storica e culturale, ma non su quello della completa identità. Giovanni Verga cercava di raccontare il vero attraverso gli strumenti della letteratura, Roberto Rossellini portava davanti alla macchina da presa la storia e la vita concreta delle persone, mentre Giulio de Nicolais d’Afflitto propone di interrogare il rapporto stesso tra verità, documento, comunicazione e rappresentazione. Si tratta di tre prospettive maturate in epoche diverse, ciascuna delle quali ha dovuto confrontarsi con problemi specifici legati alla conoscenza e alla restituzione della realtà.
Nell’Ottocento, il Verismo rispondeva alla necessità di conferire dignità letteraria a mondi sociali che una parte della grande tradizione narrativa aveva spesso osservato dall’esterno, mentre nel secondo dopoguerra il Neorealismo cinematografico contribuiva a restituire all’Italia l’immagine delle proprie ferite storiche, evitando di nascondere le conseguenze della guerra e le difficoltà della ricostruzione dietro le convenzioni artificiali dello spettacolo. Nel XXI secolo, invece, la questione assume una dimensione ulteriore, perché la sfida consiste anche nel recuperare l’autenticità degli avvenimenti all’interno di un sistema nel quale un numero crescente di narrazioni pretende di descrivere, spiegare e talvolta sostituire la realtà.
È proprio all’interno di questa evoluzione storica che il Nuovo Verismo Italiano può individuare la propria ragione culturale, non come esercizio nostalgico rivolto ai grandi maestri del passato, ma come tentativo di trasferire nella contemporaneità una delle tradizioni più significative dell’arte italiana. Da Giovanni Verga a Roberto Rossellini, attraverso Vittorio De Sica e Luchino Visconti, fino alle differenti esperienze del cinema civile contemporaneo, permane infatti una medesima esigenza: osservare l’essere umano nella concretezza della propria condizione storica e utilizzare il linguaggio artistico per rendere visibili le contraddizioni della società. Cambiano le epoche, i mezzi espressivi e le modalità della rappresentazione, ma rimane il principio secondo il quale l’arte può contribuire a comprendere ciò che accade realmente.
La differenza fondamentale riguarda dunque la domanda alla quale ciascuna esperienza cerca di rispondere. Il Verismo ottocentesco si interrogava soprattutto su come raccontare la realtà attraverso la letteratura, mentre il Neorealismo cinematografico cercava di comprendere come mostrarla, restituendole una presenza diretta attraverso le immagini. Il Nuovo Verismo Italiano, elaborato e codificato da Giulio de Nicolais d’Afflitto, introduce una questione ulteriore, strettamente connessa alle trasformazioni della società contemporanea: come riconoscere, verificare e restituire la realtà quando la moltiplicazione delle sue rappresentazioni rischia di nascondere, alterare o cancellare la verità dei fatti. È in questa domanda che si può individuare il nucleo distintivo della sua proposta culturale, nella quale l’arte non si limita a raccontare il mondo, ma assume anche la responsabilità di contribuire a riconoscerlo e a difenderne l’autenticità.
Certificazione di Eccellenza Aniec di Giulio de Nicolais d'Afflitto: https://aniec.info/directory/jd73sxpatxf5kyshkkb3tcm1x98d61ny
Sabina Fattibene - 18 ottobre 2026
Questo romanzo è l’ultima fatica di Elizabeth Strout. Si tratta di una scrittrice americana, nata a Portland nel 1956. Autrice feconda, famosa per la raccolta che narra le vicende di Olive Kitteridge con la quale ha vinto il premio Pulitzer per la narrativa nel 2009. Si segnalano inoltre i seguenti volumi: Mi chiamo Lucy Barton, del 2016 e Lucy davanti al mare, del 2024.
Si potrebbe definire Elizabeth Strout la poeta della gente comune, del quotidiano.
La vicenda narrata qui si svolge attorno alla figura di Artie Dam, l’insegnante da sogno che tutti vorrebbero nella loro ideale classe di liceo.
Ma dietro un’esistenza apparentemente felice e appagata si nasconde qualcosa, una rivelazione che sconvolgerà i protagonisti del racconto. Nulla e nessuno sarà più come prima.
Il tema principale del romanzo è filosofico: cosa sappiamo degli altri, specialmente di quelli più vicini, che amiamo di più. Quello che diciamo agli amici, ai parenti, ai prossimi, è la verità? Oppure ci nascondiamo dietro maschere di convenienza e di pigrizia?
Quando ci chiedono come va e rispondiamo naturalmente “bene”, è davvero ciò che pensiamo e che sentiamo? Le cose che davvero contano per noi riusciamo a condividerle sinceramente? O le cose che non diciamo sarebbero quelle rivelatrici della nostra autenticità?
Sullo sfondo del racconto viene descritta un’America cupa, rinchiusa in se stessa, dove diffidenza e disillusione la fanno da padrone.
Del futuro non si riesce a parlare. Gli allievi del professore, posti innanzi alla domanda su cosa pensano del proprio futuro, di cosa faranno da grandi, rimangono perlopiù afasici, quasi a non voler capire la domanda.
Ma forse questi silenzi ed omissioni servono pure a risparmiare a chi amiamo dolorose prese di coscienza e amare disillusioni.
Carla Roscioli 18.10.2026
Vincenzo Latronico è uno scrittore italiano, nato nel 1984, laureato in Filosofia. Nel 2008 pubblica la sua prima opera “Ginnastica e Rivoluzione”. I suoi romanzi sono tradotti in oltre venti Paesi, e nel 2025 è stato finalista all'International Booker Prize.
Ci regala questo breve ed interessante scritto utilizzando una lingua complessa che rende appieno la trasformazione totale che Internet e i suoi derivati hanno operato nei rapporti umani e nei sentimenti. Le Perfezioni è ispirato al romanzo Le cose di George Perec, per ammissione dell’autore.
Anna e Tom sono una giovane coppia. Trentenni, ricchi, sono dei creativi. Vivono a Berlino in un appartamento elegante, à la page. Tutto è perfetto, gli amici, la loro relazione, quello che mangiano, quello che pensano, gli oggetti di cui si circondano. Interessati alla cucina, ai piatti ricercati da chef stellati, che fotografano e pubblicano sui social. Già, i social, diventati ormai strumento e misura di tutte le cose, prova dell’esistenza in vita.
Questa coppia, infatti, utilizza a piene mani tutto il repertorio linguistico dei millennial fatto di rendering, di Instagram e così via. Non c’è pagina che non sia colma di anglicismi, di neologismi, brand, thread, board, caption hype…
Il lavoro, per la gran parte in smart working, mostra il vuoto esistenziale che la coppia non riesce a colmare, né viaggiando, né provando a iniziare una nuova vita a Lisbona, o in Sicilia. Pian piano appare sempre più evidente il fatto che non si sa che direzione dare alla propria vita, quale ne sia lo scopo.
Alla fine, pioverà sul bagnato e a questa vita già ricca di suo, si aggiungerà una eredità: una ricca masseria nella quale inventarsi l’ennesima nuova vita nuova. Il libro rende perfettamente l’idea della disumanizzazione di cui è capace una vita vissuta tutta all’interno di un universo virtuale. O meglio al servizio del virtuale. Si mangia per fotografare il cibo e metterlo sui social. Si visita una mostra per instagrammarla in un reel.
Un tuffo in quella che è la vita digitale di molti giovani, dove abbonda la plastica e l’artificio. Un senso di vuoto profondo, incolmabile che però rimanda a un antico dilemma. Una vita vuota ma agiata è comunque preferibile a una vita vuota da squattrinati?
Carla Roscioli 17 ottobre 2026
ODORE DI CHIUSO
Marco Malvaldi, pisano, nato nel 1974, è un Chimico.
Ha iniziato a scrivere nel 2007, tra le varie opere ci ha regalato una serie di gialli dal titolo “I romanzi del BarLume”, ambientata lungo la costa toscana.
Il romanzo che vi invitiamo a leggere oggi, pubblicato nel 2011, si svolge all’interno di un castello immaginario, il castello di Roccapendente, molto probabilmente il Castello di Torre Alfina, nel comune di Acquapendente.
Protagonisti della storia sono la famiglia del Barone Bonaiuti e alcuni invitati, tra i quali spicca per importanza, e per fama, il celebre Pellegrino Artusi.
Sì, proprio l’autore de La scienza in cucina e l’Arte del mangiar bene. Potremmo parlare a tutti gli effetti di un giallo culinario, nel quale i cibi, gli ingredienti, i sapori e soprattutto gli odori sono alcuni dei curiosi protagonisti.
Siamo nel 1895, l’unità d’Italia ha reso ancora più difficili i rapporti tra la nobilità e l’autorità costituita quando, proprio all’interno del maniero, si perpetrano un omicidio e un grave ferimento. Il delegato Viganò, chiamato a investigare, è guardato con diffidenza dai nobili, lo stesso Artusi non gode di grande popolarità soprattutto tra i figli del barone, due esseri piuttosto “inutili”.
Il celebre Artusi contribuirà alla risoluzione dell’enigma che vede quale protagonista anche una vivace servitù. Nel libro vengono inseriti brani del diario di Pellegrino in modo assai vivace e brillante.
La narrazione scorre veloce. Il plot è originale e curioso. Il linguaggio in linea con l’epoca storica in cui si svolgono le vicende, rende questo giallo interessante e tutto sommato assai fuori del comune.
Ecco la ricetta del famoso Polpettone all’uso zingaro, fornito dall’ottima cuoca del castello, che conquista il nostro Pellegrino:
Tonno sott’olio gr 500, Peperoni gialli n. 2, Pane raffermo gr. 300, Olive nere gr. 100, Uova n. 2, Latte decilitri 2, Olio tre cucchiaiate, Burro gr. 20 Pangrattato gr. 40, Panna della più fine decilitri 0,5 Costole di sedano n. 3, Prezzemolo q.b.
“Spellare e pulire i peperoni, tagliarli a pezzi. In un’ampia padella soffriggere il sedano a fettine sottili, aggiungere il peperone e far cuocere il tempo di un saluto a una bella dama. Mettere nel frattempo il pane ad ammollare nel latte dopo avergli fatto alzare il bollore. Aggiungere indi il tonno, dopo averlo sbriciolato con una forchetta, lasciare che si ritiri. In successione, sempre girando, aggiungere olive snocciolate, il pane ammollato e strizzato, prezzemolo, sale e pepe. Lasciar quindi raffreddare. In una ciotola riprendere il composto, intridendo con le uova, lavorandolo con le mani poi legare con la detta panna. Si unga quindi una teglia di rame stagnato e si spolverizzi con metà del pangrattato, versare il composto, coprire col resto del pangrattato e cuocerlo nel forno. Questa dose potrà bastare per quattro persone, ed anche più, se si accontentano.”
Carla Roscioli - 11 ottobre 2026
Si tratta dell’ultimo romanzo dello scrittore Piergiorgio Pulixi. Nasce a Cagliari nel 1982, cresce nella scuderia dello scrittore Massimo Carlotto si specializza nel noir, fra le sue opere abbiamo: la saga poliziesca di Biagio Mazzeo con il racconto Una brutta storia, la serie thriller I canti del male, notevole anche il noir Per mia colpa del 2021.
Ed eccoci alla trama di questo interessante romanzo. Siamo in Sardegna, due famiglie prestigiose e ricchissime provenienti dal mondo dell’alta finanza stanno per riunirsi per mezzo di un “matrimonio del secolo” con il quale sperano di diventare ancor più ricche e più potenti. Per realizzare questo sogno affittano l’isola di Serpentara, un paradiso naturale a largo di Villasimius. Il luogo diventa un sito da sogno, una sorta di Mirabilandia, nella quale vengono puntualmente ricostruiti tutti i luoghi significativi di quella che è annunciata come “una grande storia d’amore”. Tra le varie ricostruzioni la più significativa è la piccola libreria di Cagliari, alla quale la protagonista è molto legata. Ma tutta questa felicità e questa perfezione si riveleranno falsi come i soldi del Monopoli.
Le avidità di entrambe le famiglie portano a passare sopra i sentimenti e le sensibilità, quando il denaro è la sola misura di tutto. Sull’isola si perpetrano degli omicidi e per una bizzarra scelta dell’autore a risolvere il giallo sarà chiamato il proprietario della piccola libreria, Marzio Montecristo (invitato al favoloso matrimonio), il suo bizzarro club di lettura, e gli imprescindibili gatti neri Marple e Poirot che si riveleranno fondamentali per sbrogliare l’intricata matassa.
La girandola di intrecci, di trame contorte che evocano le atmosfere presenti nei racconti di Agatha Christie, porterà ad un’amara conclusione.
L’autore ci tiene a sottolineare che l’opera è frutto di fantasia, non c’è alcun rapporto con la realtà. Invece la cattiveria delle persone, purtroppo, esiste. Così come l’isola di Serpentara che resiste ai soliti normali assalti della speculazione edilizia e turistica.
Pulixi è autore prolifico e di successo. Anche con questo ultimo libro ha scalato la vetta delle classifiche dei libri più venduti. La sua è una scrittura essenziale, lo scavo dei personaggi efficace, gli intrecci sempre molto avvincenti e originali.
Nel caso vi punga vaghezza … cliccate qui.
Carla Roscioli - 9 settembre 2026
Alessandro Vanoli, autore di questo interessante volume, è uno storico. Nato a Bologna nel 1969, ha avuto un’importante carriera accademica e poi, sono le sue parole, “poi a un certo punto, dal 2012 ho cominciato ad abbandonare la carriera accademica e affiancando l’attività di saggista a un sempre maggiore interesse nei confronti della comunicazione e della divulgazione. Da quel momento ho fatto decisamente di tutto.”
Infatti, “I racconti del ritorno” è un saggio, ma è anche un romanzo. Il libro è suddiviso in capitoli nei quali vengono raccontati “ritorni” importanti, interessanti o singolari.
Come dice l’autore, “in ogni viaggio il ritorno ci obbliga a fare i conti col nostro passato ed è per questo che assomiglia tanto alla vita.”
Nel testo si analizzano diversi ritorni: non può certo mancare quello di Ulisse e di Agamennone, due esempi di ritorni con diversi esiti. Il ritorno, in greco antico nostos, radice della parola nostalgia.
Poi abbiamo Dante, Cristoforo Colombo, Martin Guerre, singolare episodio del ritorno di uno che si finge un altro, Casanova, Napoleone, Evita Perón, il celebre ed epico ritorno dalla Luna di Neil Armstrong conclude il saggio-romanzo.
A differenza di quanto si crede, secondo lo storico, non è la partenza a definirci, e nemmeno il viaggio, bensì il ritorno visto come alto momento di conoscenza e di riflessione su sé stessi e ci obbliga a confrontarci con quello che eravamo prima e che siamo diventati poi.
Carla Roscioli 4 ottobre 2026
E' il libro del momento, tutti lo comprano e si spera che tutti lo leggano. Milleduecento pagine, una storia avvolgente e avvincente. Non ti lascia respirare, lo leggi mentre giri il sugo, mentre fai il pediluvio, mentre guardi distrattamente gli US Open.
E noi lo abbiamo letto per voi e ve lo consigliamo caldamente. Di che si tratta?
Il protagonista è Max, che seguiamo fin da giovane, un ragazzo curioso e pieno di talenti, un futuro artista. Vive in Norvegia finché la sua famiglia sarà costretta ad emigrare in America. E lui soffrirà moltissimo per questo distacco. Ma la nostalgia non resterà sentimento sterile. In America scopre l’amicizia di Mordecai, un compagno di classe. Insieme, aiutati da un geniale insegnante, scopriranno la passione per il teatro che diventerà anche un mestiere. E trova anche l’amore per la bellissima Mischa, artista originale.
Il libro è una tuttologia, un profluvio di parole, di riflessioni sulla vita intrecciata all’arte, sui sentimenti, sulla nostalgia per il proprio paese, sulle difficoltà di adattarsi ad un mondo nuovo, sul dolore di lasciare quel che si è stati per diventare quel che si è.
A legare il tutto c’è una autentica ossessione per la guerra del Vietnam, legata ai trascorsi politici dei genitori di Max, una mater dolorosa e accogliente, un padre controverso e perlopiù assente e vagamente anaffettivo.
L’autore, Johan Harstad norvegese, è nato a Stavanger nel 1979, ha pubblicato una raccolta dal titolo “Da qui in avanti puoi solo invecchiare”. “Che ne è stato di te Buzz Aldrin?” è il suo primo romanzo. Autore di testi teatrali e musicista.
Questa è una sua dichiarazione a proposito del libro:
“Non scrivo perché quel che abbiamo vissuto non l’abbia mai vissuto nessun altro, le nostre vite non erano particolarmente spettacolari né significative. Non lo sono mai state, né allora né ora. Però erano le nostre vite, erano intrecciate e mi è venuta una gran paura di perderle”.
Carla Roscioli 20.09.2026
Il consiglio di lettura (o rilettura) che diamo richiede una premessa ed una preparazione. È un romanzo “forte”, dai temi sconvolgenti, ma appassionante e profondo per gli argomenti toccati. Un caposaldo della letteratura contemporanea. La scelta cade, non a caso, in un periodo storico molto intenso e drammatico, sia per i problemi legati al clima che per la situazione geopolitica.
Ed ecco, per sommi capi, la trama.
C’è stata forse una guerra o un disastro ambientale di proporzioni apocalittiche. Ogni riferimento è andato perduto, città, campagna, boschi, ma soprattutto umanità. Ovunque è solo morte e devastazione.
Squadre di “cattivi”, sopravvissuti, praticano perfino forme di cannibalismo. C’è un padre ed un bambino, entrambi senza nome, in viaggio lungo la strada in cerca di salvezza o almeno di sopravvivenza.
La strada vuol forse simboleggiare la vita coi suoi ostacoli e con la necessità di guida e di mappe.
Quello che si sviluppa nel romanzo è l’intenso rapporto tra i due. Il ruolo del padre alla fine è sempre quello, ovvero proteggere e tramandare la conoscenza ed insegnare a stare sulle proprie gambe.
In questa totale assenza di civiltà, in questa desolazione, rimane un forte richiamo ai valori che possono salvare il mondo, la fiducia nel bene, la forza morale per affrontare le calamità della vita, la lotta al cinismo.
La spasmodica guerra per scampare agli assalti dei predoni, tuttavia, non fa dimenticare la capacità di emozionarsi, di provare pietà, di sperare in un futuro diverso, migliore.
Cormac McCarthy è nato a Providence nel 1933 ed è morto a Santa Fe nel 2023. Celebre per la raccolta “La trilogia della frontiera” sulla storia di due cowboy, con “La strada”, pubblicato nel 2007, racconto di sapore fantascientifico post-apocalittico, ha vinto il Premio Pulitzer per la narrativa.
Dal libro è stato tratto un film nel 2009, The road, con Viggo Mortensen e Charlize Theron per la regia di John Hillcoat.
La prosa assume un sapore epico, elegiaco, altamente poetico, nella traduzione di Martina Testa.
Carla Roscioli 20.09.2026
Questo libro è di un autore poco conosciuto, Renzo Bistolfi, nato nel 1954 e scomparso nel 2024.
Appassionato di teatro, ha fatto l'attore in una compagnia amatoriale. Dal 2007 ha cominciato a scrivere e pubblicare le storie che lo hanno sempre appassionato, distinguendosi anche come talentuoso narratore di audioblibri.
Fra i suoi romanzi si ricordano: Il fantasma della palazzetta(Lampi di Stampa, 2010), I garbati maneggi delle signorine Devoto ovvero un intrigo a Sestri Ponente (Tea, 2015), Il coraggio della signora maestra (Tea, 2016), Le spedizioni notturne delle Zefire(Tea, 2019), L'ultima briscola (Tea, 2020), In vacanza con la zia Colomba (Tea, 2023), Quel signore così per bene. Ovvero, tanto rumore per nulla (Tea, 2024).
Questo romanzo si svolge intorno agli anni ’50 in Liguria, per la precisione a Sestri Ponente. Ammantato di garbo e di nostalgia rappresenta un mondo definitivamente scomparso, un mondo fatto di buone maniere, di persone perbene, dove c’è l’affettuosa intrusione nella vita privata che è però anche motivo di salvezza e sicurezza sociale.
Protagoniste sono tre anziane sorelle, le signorine Devoto, nubili, portatrici di valori scomparsi, di modi raffinati. Nello stesso racconto viene anche inserito un giallo, la scomparsa di una amica che le mette all’opera, contro tutto e contro tutti, nel tentativo di ritrovarla.
Il libro vuole celebrare un tempo ormai passato, la nostalgia per una atmosfera, un mondo ormai scomparsi.
Una scrittura evocativa, garbata. Una storia di gente comune, affabile e costumata, di buon vicinato, di regole come il bussare prima di entrare. Nello stesso tempo c’è una sorta di allegro ottimismo nel rappresentare queste vecchiette molto attive e curiose per le quali, spesso, il tempo sembra non essere trascorso.
La lettura è piacevole e scorrevole. Consigliatissimo per rilassarsi.
Carla Roscioli 12.09.2026
Si tratta a tutti gli effetti di un’unica storia in due parti. Il secondo volume un po’ meno efficace del primo.
Possiamo considerare l’autore, Maurizio De Giovanni, un po’ come il nostro George Simenon per la capacità di imbastire trame sempre originali e variegate che hanno per oggetto gli insondabili arabeschi di cui è capace l’animo umano.
Non siamo nell’amata Napoli. Protagonisti sono un professore universitario piuttosto pieno di sé ed una giornalista che inizia a perseguitarlo perché alla ricerca di qualcosa del suo lontano passato che sembra accomunarla a lui.
Entrambi finiranno per fare causa comune e inizieranno a dare la caccia ad un misterioso ex terrorista protagonista degli anni di piombo che credono scomparso, o forse addirittura morto.
Il libro tocca, con scrittura come sempre sontuosa, vari nervi scoperti della nostra travagliata storia recente e insieme intreccia anche le vicende private dei protagonisti che hanno dolorosamente subito le scelte dei padri.
Nel racconto si affronta il delicato tema dei rapporti tra padri e figli, sempre molto caro all’autore. Si procede nel tentativo, se non di perdono, quantomeno di riconciliazione e di conoscenza delle proprie origini per poter fare chiarezza sui propri lati oscuri.
Lo sguardo sulle vicende attinenti al terrorismo è severo e poco compiacente. I colpi di scena si susseguono, gli imprevisti incalzano, la lettura non concede tregua. Entrambi i libri si divorano fino all’ultimo sconcertante finale.
Carla Roscioli - 27.8.2026
Jo Nesbø, autore di questo libro, è una macchina da thriller. I suoi racconti di solito sono ambientati in Norvegia.
Nato ad Oslo nel 1960, laureato in Economia, Jo Nesbø pubblica romanzi gialli dalla fine degli anni ’90 riscuotendo un enorme successo. Ad oggi ha venduto oltre sessanta milioni di copie nel mondo. Sua è la famosa saga che ha come protagonista il detective Harry Hole, diventata anche una fortunata serie TV.
L’impronta del lupo, a differenza di altri noir dell’autore, è un racconto ambientato a Minneapolis, USA. Ha un intreccio complesso e due piani temporali diversi.
Uno scrittore, nel 2022, vuole redigere un libro su un crimine compiuto nel 2016.
Protagonista è un detective dai trascorsi dissestati, alcolizzato, che non ha doti particolarmente brillanti ma una forte tenacia. Bob Oz, questo è il suo nome, indaga su un killer, Tomas Gomez, che sembra essere ricomparso dal nulla per regolare vecchi conti col passato.
Minneapolis è una città devastata da violenza sociale, problemi razziali, corruzione. Il sogno americano è un lontano ricordo. L’ascensore sociale è fermo nel seminterrato. Il traffico di droga e quello di armi sembrano essere le sole floride attività. Gli esclusi sono indifferenti o diffidenti, sicuramente impauriti.
C’è il problema delle armi. Negli Stati Uniti il possesso di un’arma è sempre stato un fatto culturale, simbolo di libertà. Ma la storia è ambientata nell’America post George Floyd e gli interrogativi sull’uso e sull’abuso delle armi si fanno pressanti, in contrasto coi forti interessi legati alla NRA (National Rifle Association).
Forse si trova una ragione plausibile dietro questa serie di omicidi, svelata solo nelle ultime pagine. Il libro si interroga sul senso di giustizia, sulla rabbia e sul desiderio di vendetta che spesso vengono attivate quando in una società gli esclusi e gli emarginati non trovano una via di riscatto.
Il libro offre un’amara riflessione sulla solitudine che ammanta queste grandi metropoli fornite di tutto fuorché dell’essenziale, un po’ di empatia, di solidarietà e di calore umano.
Un passato doloroso e una grande solitudine accomunano il detective e il probabile assassino. Sarà forse quella la chiave per risolvere l’intricato plot?
Il libro è pervaso da un’atmosfera tesa, da dettagli che creano un continuo stato di tensione, e si divide tra indagine poliziesca e indagine sulla natura dell’uomo, sui suoi rapporti con il dolore, i traumi non superati in una trama che non lascia un attimo di pausa.
L’autore denuncia, sin dall’inizio, lo scopo del racconto: “entrare nella testa di un assassino”, lasciando peraltro intendere che, sottoposto a forte pressione, ciascun essere umano potrebbe avere reazioni simili, tutt’altro che prevedibili.
Preparatevi a quasi cinquecento pagine di tensione. Una scrittura dura e avvincente.
Carla Roscioli - 27.8.2026
L’estate è per definizione tempo di leggerezza e di evasione. La calura sembra rallentare le capacità di riflessione e di introspezione.
Tuttavia, a volte è bello accantonare i premi Bancarella, gli Strega, le classifiche dei più venduti e prendere (o riprendere) in mano qualche buon vecchio classico.
Questa volta lo sguardo si è posato sul un gran bel libro, Tonio Kröger del celeberrimo autore di Lubecca, Thomas Mann, Nobel per la Letteratura nel 1929. Ai più famosi testi, I Buddenbrook, La montagna incantata, La morte a Venezia, abbiamo preferito Tonio Kröger che offre più di uno spunto di riflessione.
L’autore visse nel periodo che va dalla Repubblica di Weimar all’ascesa del regime nazista dal quale fuggì per riparare in Svizzera, poi negli Stati Uniti e di nuovo in Svizzera.
E veniamo al libro. Il racconto segue le vicende di Tonio Kröger, evidente proiezione della vita e delle esperienze artistiche dell’autore, in tre fasi della sua vita. La storia si svolge in una città del Baltico e affronta le contraddizioni di un giovane artista diviso negli affetti tra il padre, ricco console e mercante, e una madre dal temperamento artistico e passionale.
Si affronta l’infanzia, l’adolescenza, l’età adulta. Il dramma del conflitto tra arte e vita. Lo sguardo invidioso nei confronti di due figure (Hans e Ingeborg) che simboleggiano la vita borghese, invidia per il loro essere spensierati, biondi e “occhiazzurri”. Il problema della solitudine dell’artista costretto a una vita fuori dalla normalità. Il conflitto dell’artista tra voglia di essere “come tutti” e urgenza dell’atto artistico.
Abbiamo scelto il testo nella traduzione di Emilio Castellani.
La scrittura di Mann è ricercata, un piacere per gli occhi e per la mente.
Carla Roscioli - 27.8.2026
Questo leggiadro consiglio di lettura è dedicato alla fitta schiera di gattare e gattari di cui ci pregiamo di far parte.
L’autore, Alberto Mattioli, modenese, è un coltissimo e raffinato critico musicale, specializzato nel melodramma. Autore di importanti testi quali “Il loggionista impenitente. Duemila sere all’opera”, “Gran Teatro Italia. Viaggio sentimentale nel paese del melodramma” e “Pazzo per l’opera. Istruzioni per l’abuso del melodramma”.
Scrive di lirica su quotidiani quali La Stampa di Torino e Il Foglio.
Gattaro non pentito possiede due bellissime micie rosse che ostenta sulla sua pagina social, assieme ai resoconti, sempre molto gustosi, delle ultime rappresentazioni a cui ha partecipato.
Il Gattolico praticante, sottotitolo “Esercizi di devozione felina”, è un esilarante ritratto degli amanti dei gatti, delle loro fissazioni, dei riti, delle abitudini di cui si rendono schiavi in onore di sua Maestà il Gatto.
Scrive Mattioli: “L’unica relazione possibile fra uomo e gatto non può che consistere nella totale sottomissione del primo al secondo in una relazione necessariamente asimmetrica”.
Interessante il capitolo “Le città gatte”, che unisce l’amore per il gatto a quello per diverse interessanti capitali. Mattioli è stato anche a lungo corrispondente da Parigi.
Divertente anche il capitolo “I cento NON per dire sì al gatto”.
Segnaliamo infine il capitolo “La storia dell’arte in dieci gatti” dove si narra di come il gatto abbia ispirato l’arte.
In questa estate torrida consigliamo di contemplare i nostri mici nella loro raccolta eleganza, nella totale indifferenza al termometro e alle notizie meteo. E di prendere in mano questo spassoso libercolo di agevole lettura.
Carla Roscioli
Apriamo una piccola parentesi, in considerazione delle numerose polemiche suscitate da questo film.
Quando si va a vedere una mostra di Picasso non ci si aspetta certamente di vedere i “tagli” di Fontana. Quindi se si considera il cinema la “Settima Arte” se si va a vedere un film di Christopher Nolan non ci si attende i fratelli Vanzina, con tutto il rispetto.
Veniamo dunque al film, un film importante, coraggioso originale e anomalo rispetto all’Odissea di Omero, ma era veramente Omero l’autore? E già qui si potrebbero aprire polemiche grandi come le cascate del Niagara.
A nostro avviso si tratta di un capolavoro, denso di citazioni colte, di riferimenti storici, archeologici e psicologici.
Ulisse è alla fine della sua esistenza, il polytropos vuole tornare a casa. Ha mille paure e allo stesso tempo ancora mille curiosità. È divorato dai sensi di colpa, per via di quel benedetto artificio del cavallo. Ci sono pochi dei e non c’è Nausicaa, e che possiamo farci? Si chiamano scelte autoriali.
Vediamo qualche dettaglio.
Il film di Nolan non è una semplice trasposizione del poema di Omero ma una riflessione sul trauma di chi ha combattuto in guerra e sul crollo della civiltà dell’età del Bronzo.
Servendosi della struttura non lineare del poema ci mostra come il passato continui a tormentare l’eroe in un viaggio che non è solo fisico ma anche psicologico.
Si suggerisce che i reduci siano i misteriosi Popoli del mare che resero possibile il crollo delle civiltà mediterranee. Volendo vedere un parallelo con l’altro capolavoro di Nolan, Oppenheimer, si potrebbe immaginare un analogo convivere con le proprie colpe e una difficoltà a tornare a una vita normale.
Altro concetto importante sottolineato dal film è quello di “xenia” il dovere di ospitalità; quindi, lo stratagemma del cavallo di Troia è proprio l’apice del crollo di questo sistema basato sulla fiducia.
Alla fine, l’eroe assieme alla fedele e autorevole Penelope andrà in esilio per via delle proprie colpe.
Nel film si cita anche la scomparsa della scrittura, solo i canti degli aedi resteranno a mantenere la memoria di quella civiltà.
C’è il problema tecnico del IMAX 70mm. In Italia non è possibile vedere il film esattamente come realizzato dall’autore, in qualche modo è come vedere la Gioconda con parte della testa mozzata.
Però possiamo dare un suggerimento, almeno vedetelo in lingua originale, e no, non si intende la lingua di Omero!
Carla Roscioli
È estate, la calura ci suggerisce di prendere in mano un bel noir. Questa volta siamo nella splendida terra di Sicilia, luogo ricco di arte, di cultura, di paesaggi mozzafiato.
Il racconto è ambientato nella città di Noto, celebre perla del Barocco siciliano.
“Dichiarata ‘Capitale del barocco’ dal Consiglio d’Europa e Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO, Noto regala a chi la visita scenografiche prospettive, un repertorio di decori più unico che raro, come anche la sua omogeneità stilistica. Dopo il terremoto del 1693 che distrusse la Noto antica, fu costruita a partire dal 1703, sul colle Meti, a una decina di chilometri di distanza dalla città millenaria. La Noto di oggi è un ordinato reticolo di strade disposte su terrazze digradanti. Il progetto di Giuseppe Lanza, duca di Camastra, e la sua squadra di tecnici e ingegneri di altissimo profilo (Rosario Gagliardi, Paolo Labisi, Vincenzo Sinatra, Antonio Mazza) privilegiò simmetria e rapporti armonici. Il critico d'arte senese Cesare Brandi la definì “un giardino di pietra”, per sottolineare come la fantasia di architetti e scalpellini avesse sfidato la natura infondendo vita al calcare.”
Ed è appunto di Noto l’autrice di questo avvincente romanzo, Cristina Cassar Scalia, oftalmologa dedita all’arte del racconto giallo per passione. Suo il celebre “Sabbia nera” con il quale si inaugura la bella saga del Vice Questore Vanina Guarrasi.
Siamo negli anni ’60, uno scandalo di cui è stato protagonista, ha costretto il giovane Commissario Scipione Machiavelli a un forzato trasferimento dalla Capitale a Noto.
Nemmeno ha disfatto la valigia che lo attende un caso di omicidio complesso, il confronto con una cultura diversa, con un linguaggio che padroneggia a fatica, con un notabilato suscettibile e diffidente, con i pettegolezzi.
Per fortuna ha dalla sua una squadra in gamba, disponibile ed accogliente che renderà il suo distacco da Roma e dagli affetti meno doloroso.
Il taglia e cuci è di gran moda nella Noto anni ’60 e finirà per rivelarsi un elemento prezioso per risolvere questo caso complicato.
Ad aiutare il giovane commissario romano ecco comparire anche la misteriosa ed affascinante farmacista Giulia.
Gli accenni al delitto d’onore, all’influenza della nobiltà e del vario notabilato, prassi cadute abbastanza nel dimenticatoio al giorno d’oggi, sono in perfetta linea con l’ambientazione e con il periodo storico in cui si colloca la vicenda.
L’incontro di culture così diverse nel racconto si rivela, in definitiva, meno complesso di quanto il commissario stesso sia disposto a riconoscere. I linguaggi finiscono per mescolarsi e arricchirsi l’uno, il romano, degli elementi dell’altro, il siciliano.
Alla fine, la Sicilia che viene dipinta in “Delitto di benvenuto”, è molto aperta, proiettata verso il futuro, curiosa.
Carla Roscioli
Consigliamo questo saggio a chi ama la storia, la letteratura di viaggio, la geografia e la filosofia.
Scritto a quattro mani da Franco La Cecla e Piero Zanini, entrambi antropologi e non solo, il libro offre una articolata esposizione e una riflessione multidisciplinare sul concetto di “stretto” sul suo valore simbolico, di particolare attualità visti anche i numerosi conflitti generati per la conquista ed il controllo di questi spazi cruciali.
Vengono esaminati vari stretti di mare, Messina, Bering, Hormuz, Gibilterra, non solo spazi geografici ma luoghi simbolici dove le culture si sono scontrate, hanno mediato e si sono incontrate.
Lo stretto visto come soglia, confine, luogo di separazione ma anche luogo di unione e di trasformazione.
All’interno di questo interessante saggio si dipanano le storie, le curiosità e gli aneddoti su ciascuno di questi importanti luoghi oggetto di migrazioni e di esplorazioni.
All’interno di questo interessante volume sono esposte ricche citazioni letterarie, rimandi alla letteratura classica (su tutti ovviamente l’Odissea).
Gli stretti hanno consentito il passaggio di conoscenza, di scambi, di popolamento di continenti (Bering).
Ma sono peraltro oggetto di feroci conflitti, di esercizio del potere.
Questo è dunque un saggio “indispensabile” di piacevole lettura, stimolante e ricco di citazioni e rimandi a fatti storici, geografici, filosofici e politici.
Carla Roscioli
Siamo negli anni ’50 a Londra nel quartiere di Kensigton, la città è ancora tutta da ricostruire, molti quartieri soffocano ancora tra le macerie.
La signora Hawkins è vedova di guerra e lavora in una casa editrice come editor. Vive in affitto in una camera all’interno di un appartamento dove si avvicenda un’umanità varia, sofferente, bizzarra che forse proprio perché provata dalle privazioni della guerra sa offrire ancora un senso di attenzione al prossimo, una immediata solidarietà. Il telefono e il bagno in comune ci riportano a una realtà forse per noi davvero lontana ma pure a un calore, a un senso di vicinanza oggi per noi incomprensibili.
Muriel Spark pennella un affresco ricco di personaggi originali, strani, e ci porta a conoscere un mondo, quello dell’editoria, che pur avendo a che vedere con l’arte rivela tuttavia degli aspetti di meschinità, di invidia, di piccineria.
A rendere la lettura ancor più avvincente viene introdotto un elemento di suspence, un mistero che sa di magia e di imbroglio, che sarà rivelato solo nelle ultime pagine.
La casa editrice Adelphi ha recentemente deciso di ridare alle stampe i libri di questa feconda scrittrice, nata ad Edimburgo nel 1918 e morta a Uliveto terme nel 2006. Tra i suoi capolavori ricordiamo “Gli anni fulgenti di Miss Brodie” al quale The Guardian ha assegnato il trentunesimo posto in una classifica dei cento migliori romanzi di tutti i tempi.
La scrittura di Muriel Spark è pungente, assai godibile. Ricca di note umoristiche, di profondità psicologica.
Mrs. Hawkins, la voce narrante, munita di acuto senso dell’osservazione e di una morale inflessibile, si ritrova al centro di una trama che mescola umorismo nero, intrighi e riflessioni sulla natura umana.
Tra i personaggi spicca poi Hector Bartlett: scrittore presuntuoso e manipolatore, che rappresenta l’ipocrisia del mondo letterario. Per lui, per la prima volta, viene utilizzata l’espressione di pisseur de copie, che ha reso ancor più celebre questo singolare romanzo.
Una frase.
“Se dovete rispondere a una richiesta con un rifiuto che non ammetta repliche, vi consiglio di non addurre mai motivazioni né spiegare perché siete contrari: questo porta solo a polemiche e discussioni.”
Carla Roscioli
Simenon è un profondo conoscitore dell’animo umano, degli aspetti più profondi, dei più meschini.
Adelphi ha dato da poco alle stampe questo romanzo breve, “Domenica”.
Non si tratta di un Maigret, a volte è proprio in questi romanzi in cui non è presente il celebre commissario che si raggiungono vette altissime, sia nel plot che nella scrittura.
Protagonista è la Costa Azzurra, il mare, lo scintillio delle onde, la luce della Provenza.
E pure protagonista è Émile, un ragazzo, un uomo che lascia che la vita gli accada. Nulla di ciò che gli capita sembra essere stato deciso o scelto da lui.
In circostanze fortuite si trova sposato alla proprietaria di un locale, nel sud della Francia, Berthe. E l’occasione per un salto sociale, da semplice cuoco a proprietario. Ma questa posizione anziché renderlo più sereno diventa una progressiva causa di tormento e di desiderio di fuga da ruoli che percepisce castranti e non desiderati.
Sempre per caso arriva una giovane domestica, nasce una relazione ma anche qui sembra più un dispetto e una rivincita verso una moglie-padrona che un sentimento. Siamo agli albori del turismo di massa, il locale sempre pieno è un ulteriore motivo di angoscia, di claustrofobia nei confronti di una vita che non si è scelti.La provincia per Simenon è una fonte inesauribile di spunti, il libro è ricco di personaggi magistralmente dipinti.
Nel racconto, pervaso da crescente tensione, si percepisce un desiderio fortissimo di fuga, di liberazione da un giogo, da un ruolo diventato sempre di più una prigione, un ergastolo. Émile è un uomo scarsamente empatico, privo di desideri, di guizzi, di qualsivoglia entusiasmo per la vita. Tutto e tutti in definitiva gli sono indifferenti, perfino la giovane con la quale è indeciso se voler cambiar vita.
Un romanzo atipico del prolifico Simenon, una scrittura sontuosa, uno scavo dei personaggi che a nostro modesto parere, non ha pari.
Carla Roscioli
L’ultimo romanzo di Claudio Sestieri ha questo titolo suggestivo: ricordiamo che l’aggettivo cremisi è associato spesso al corpo dei bersaglieri, chiamati “fiamme cremisi” poiché il colore delle mostrine ha appunto questa tonalità di rosso: è appena più scuro del rosso cui siamo abituati, ma risulta molto usato nell’alta moda. E infatti, la sfumatura cromatica evocata si riferisce appunto ad un abito, un vestito affascinante e seducente pur nella sua quotidiana semplicità, indossato dalla protagonista femminile, Ottilia, la creatura meravigliosa ed enigmatica che fa perdere la testa al povero Luca, il protagonista nato dalla fervida a fantasiosa penna di Claudio Sestieri, un artista che conosciamo da tempo come regista cinematografico raffinato ed espressivo, sceneggiatore e, ovviamente, scrittore!
Il racconto risulta molto interessante: ci narra, infatti, una vicenda assai particolare, ma tutto sommato abbastanza ricorrente nel nostro mondo attuale, così come in quello di ieri e, sicuramente, del domani.
E’ la storia di Luca, un uomo anziano (diciamo un sessantenne?) dai capelli bianchi, individuo di grande cultura e sceneggiatore di film, il quale, in un negozio di Testaccio che vende DVD (quindi stiamo parlando di almeno 10/15 anni fa, sotto il profilo temporale), incontra casualmente Ottilia, una splendida ventottenne che studia a Roma Tre e che per mantenersi lavora a part-time come commessa. Il risultato, è che Luca rimane talmente colpito dalla giovane, che se ne innamora perdutamente, proprio come capita a un adolescente (ed infatti lei non lo sa!!!!!). Anche se poi capisce...
Luca racconta al lettore in modo piacevole le varie fasi della sua “cotta”, l’evolversi del suo coinvolgimento scattato “a prima vista”, ma basato su minimi elementi, ovvero atteggiamenti da lui evidentemente male interpretati.
Luca, così, esprime con sapienza tutto il suo travaglio interiore, in un racconto ricco di citazioni, di cultura a tutto campo, specialmente di riferimenti cinematografici che l’Autore ben conosce.
Qualche incontro, sempre giustificato da motivazioni culturali, purtroppo non porta a risultati: lei si dimostra affettuosa, ma tutto sommato misteriosa e criptica. Luca perde ogni speranza: razionalmente cerca di distogliere il suo pensiero dal quel vestitino cremisi da cui restò particolarmente colpito. Poi, inaspettatamente ecco il miracolo: una sera riceve, infatti, un’inattesa chiamata di Ottilia che aveva bisogno di aiuto; e così se la ritrova in casa, ospite per una notte... Succederà qualcosa? Al lettore il piacere e la curiosità di scoprire come è andata.
In ogni caso, la ragazza dal vestito rossastro, anzi cremisi, riuscirà a far vibrare il cuore di questo signore benestante, colto, dai capelli bianchi...
Quanto c’è di autobiografico in tutto il racconto? Sicuramente nulla di personale, molto nella descrizione del contesto culturale in cui Claudio Sestieri fa muovere il suo protagonista Luca.
In definitiva, un romanzo appassionante, che incuriosisce e cattura il lettore!
Complimenti all’Autore!
di Salvatore Scirè
Kathleen Dunmore è nipote di Maria Lazar. Ha custodito il prezioso manoscritto di questo affascinante libro per decenni. Per rispetto alla nonna, suicida a Stoccolma nel 1948. Per onorarla ha deciso di dare alle stampe Quattro volte me. E noi le siamo grati.
Maria Lazar proveniva da una famiglia agiata di orini ebraiche, frequenta scuole e ambienti prestigiosi. Autrice di diversi scritti che faticano a vedere la luce per via delle ben note restrizioni legate all’ascesa del nazismo.
E veniamo al libro. Si tratta di una sorta di diario che ci racconta dell’amicizia tra quattro ragazze assai diverse tra loro. Sebbene non si faccia riferimento ad alcuna ambientazione è chiaro che siamo in presenza di un clima fin du siècle, nella dolce Mitteleuropa che va incontro al proprio destino sul viale del tramonto.
Il libro parla della vita di Ulla, Grete, Anette e la narratrice senza nome, delle varie vicissitudini, dei primi amori. Nel libro si salta dal periodo dell’infanzia a quello della vita adulta in un concitato viaggio di andata e ritorno tra le varie epoche della vita. La prosa è sorprendente, ricca di flashback, di tagli, un flusso inarrestabile di parole.
E poi c’è l’Estranea, un quinto elemento con cui la protagonista si confronta, un possibile alter ego che osserva e forse giudica.
E’ tutto uno zampillare di parole, poetico, travolgente. Un affresco vivace di una società che appare aperta, libera, prima della tragedia.
Il controverso rapporto con Alex, marito della migliore amica, ricorre continuamente nelle pagine di questo racconto.
Nei fatti non si può dire che ci sia una trama ma un profluvio di sentimenti, una disperata ricerca di sé, un guardare negli specchi e nelle altre ragazze per riconoscersi, per ritrovarsi, per provare ad amarsi. Un’affannosa ricerca della propria identità.
L’autrice purtroppo non ha trovato questo respiro, questa pace. Però ci ha lasciato molto di sé in queste pagine così intense, in questa scrittura densa. Già notata da Robert Musil, che aveva detto di lei che possedeva “agile potenza metaforica”, aveva frequentato anche Thomas Mann.
Segnaliamo infine la superba traduzione dal tedesco di Laura Ragone.
Carla Roscioli
I Convitati di Pietra è un libro cattivo. Michele Mari, penna tra le più raffinate del panorama letterario italiano, autore di perle quali Euridice aveva un cane, Rondini sul filo, Tutto il ferro della Tour Eiffel, Leggenda privata, e della raccolta di poesie Cento poesie d’amore a Ladyhawke, costruisce una trama crudele e cinica, un po’ “Grande Fratello”, un po’ “Compagni di scuola” (film di Carlo Verdone del 1988).
Siamo al liceo Berchet di Milano, maturità del luglio 1975. Trenta compagni di scuola sottoscrivono un “patto scellerato”. Si rivedranno ogni anno alla stessa data, verseranno una quota, una sorta di riffa, e alla fine i tre sopravvissuti, nel 2050, si spartiranno il congruo montepremi.
Il convitato di pietra, di mozartiana memoria, è lui, lei, la morte. L’impietoso passare del tempo. O forse meglio l’attaccamento pervicace e ossessivo alla vita, o allo status raggiunto, o forse più banalmente, ai danè.
I trenta vengono osservati, analizzati con una lente da entomologo, vengono esaminati i vizi, le meschinità, le bassezze. Vengono alla luce i segreti, i rancori, le rivalità.
C’è chi ha ceduto al cinismo, chi alla superstizione, chi ha perso ogni speranza. Quello che sembra all’inizio uno scherzo goliardico diventa un gioco pericoloso e ossessivo.
Ognuno tenta a suo modo di eliminare gli altri, o a immaginare di farlo e di rimanere quale superstite a godere del banchetto.
Il libro ripercorre i sospetti, le trame, le bassezze che ciascuno costruisce per tentare di far fuori l’altro.
Quid non mortalia pectora cogis, auri sacra fames!
Nel panorama della letteratura italiana contemporanea Mari spicca per la prosa colta, ricca di figure retoriche, un vocabolario a volte desueto e demodé.
Possiamo dire di aver letto cose più interessanti di questo autore.
Tuttavia, il premio Strega ottenuto nel 2026 è meritatissimo.
Carla Roscioli
Il libro Viale Angelico - I racconti del calzolaio, di Claudio Scarpino, è il più recente di una raccolta di sei romanzi gialli. I precedenti sono nell’ordine: Via Crescenzio, Via Tacito, Via Cicerone, Via Cola di Rienzo e Piazza Adriana. Come può ben intuire soprattutto chi vive a Roma siamo nel quartiere Prati, il Commissariato è quello di Borgo.
Nel 1870 Roma è diventata da poco capitale, questo ha comportato un forte incremento della popolazione. La costruzione di Prati fu pianificata dal sindaco Luigi Pianciani (e inserita dall’ingegnere Alessandro Viviani all’interno dello studio definitivo del primo Piano regolatore di Roma moderna) in un primo momento nel 1872 e successivamente in maniera definitiva tra il 1881 e il 1882. Il quartiere fu costruito sulla sponda occidentale del Tevere sui terreni che appartenevano al Capitolo di S. Pietro ed era affidato a coltivatori che vi avevano installato vigne. L’architettura era ispirata alle tipologie a blocco piemontesi. Per ragioni politiche (ancora forti i dissidi con la Chiesa) da nessuna di queste vie era possibile scorgere la cupola di S. Pietro. Noto all’inizio come Prati di Castello e poi Prati, oggi è un quartiere dove sono insediate numerose caserme e uffici di avvocati e notai.
Il rione Borgo (XIV)ne fa parte ed è detto anche “vestibolo del Vaticano”. Il nome deriva da “burg” che significa piccola cittadella fortificata”. La “spina di Borgo” era l’insieme di isolati a forma di triangolo tra via della Conciliazione, Borgo Vecchio e Borgo Nuovo.
Tutti i gialli della serie Racconti del calzolaio si muovono dunque in questo suggestivo ambiente.
Claudio Scarpino con questo ultimo libro ci porta nuovamente nel cuore del quartiere. Siamo a Viale Angelico. Protagonista è il Commissariato di Borgo con l’Ispettore capo Cosentino e la sua squadra. L’agente scelto Valentina Rinaldi, spesso ripresa dal Capo per l’uso ricorrente del vernacolo romanesco.
Il furto di una moto Guzzi V7 Classic del 2007 dà inizio all’avvincente plot. Tra i numerosi personaggi spicca soprattutto la figura di un calzolaio, Pietro, amico dell’Ispettore Capo. Il dialogo con il ciabattino risulta decisivo per la risoluzione dei casi, in questo ma anche in tutti i precedenti racconti della serie. Tra Pietro e Cosentino corre una gran simpatia condita dal rito della colazione e del caffè, spesso condivisi insieme.
Riuscirà il nostro Ispettore capo ancora una volta a venire a capo del misterioso furto e della scomparsa della probabile colpevole?
I consigli del calzolaio saranno ancora una volta determinanti!
Claudio Scarpino ha trascorso buona parte della vita lavorativa al C.N.R. in qualità di tecnico informatico, già scrittore dal 1996 ha deciso di occuparsi del filone poliziesco, un genere che risulta essere tra i più graditi dai lettori, perfino più del cosiddetto “romance”. La serie dei racconti del calzolaio è iniziata nel 2020.
Buona lettura.
di Carla Roscioli
Passeggiando per i borghi marchigiani, lungo la valle del fiume Aso capita di imbattersi in piccole librerie che resistono all’avanzata della “cultura liquida”. E all’interno della libreria Goliarda di Pedaso, nei pressi di Fermo, abbiamo ritrovato un piccolo libro, fresco di ristampa.
Si tratta del breve saggio di una scrittrice, Gioconda Beatrice Salvadori Paleotti (1912-1998), partigiana, traduttrice, moglie del politico Emilio Lussu, che ha fatto delle Marche un luogo di adozione (terra di origine della sua famiglia) e a questa regione ha dedicato diversi scritti. Ma di che cosa si tratta e che cosa sono le comunanze?
Sono considerati tali i territori che hanno una appartenenza collettiva, gestiti in modo solidale, non sono pubblici, non sono privati. Si tratta in genere di territori localizzati nelle aree montane, non adatti all’agricoltura moderna, soggetti nel tempo a tentativi di alienazione e di relative resistenze in quanto si tratta di beni che hanno permesso la sussistenza a zone totalmente disagiate ed escluse. Sono terreni il cui sfruttamento è controllato e che sono tenuti in vita nell’interesse di una comunità che grava su di essi.
Alcuni studiosi distinguono le “terre collettive” dalle “terre gravate da usi civici”. Si tratta di due modelli di proprietà diversi: le prime appartengono a tutta una collettività che risiede in un territorio, riguardano solo certi soggetti, addirittura discendenti di sangue in linea maschile, fino a non molto tempo fa.
Nelle terre gravate da usi civici invece la collettività “trae specifiche utilità” ma non ha la proprietà del terreno. Nel passato è possibile che appartenessero ad un feudatario, successivamente acquisite dal demanio comunale.
E’ peraltro alle terre collettive che si può guardare se si vuole intraprendere una riflessione circa la possibilità di una alternativa al modello economico dominante di sfruttamento avido ed egoistico delle risorse.
Le comunanze sono una palestra di insegnamento di valori quali la solidarietà, la collaborazione ma soprattutto una educazione all’uso ecologico dei beni comuni affinché l’eccessivo consumo non crei un impoverimento delle risorse.
Oggi nelle Marche le comunanze sopravvivono tra molte difficoltà. La proprietà collettiva ha infatti senso se alle sue spalle esiste una collettività che mantiene al suo interno un legame di solidarietà. Se invece le si considera come luoghi dove coltivare “tipicità” o come moderne “boutique del gusto” se ne snatura il fine.
Nel libro emerge “in maniera emblematica il modo di fare storia dell’autrice, che è sempre in relazione con il mondo e con l’altro, indagine dei legami del vivere umano con la terra.
di Carla Roscioli
La bravissima autrice, alla fine del libro, scrive con sincerità che il suo scopo è intrattenere. Qui come in tutti gli altri libri suoi che ho letto, ci riesce benissimo.
L’ultima fatica di Emmanuel Carrère si presenta come un corposo memoir scaturito dalla necessità di rendere omaggio alla memoria della madre, Hélène Carrère d’Encausse, deceduta il 5 agosto 2023 all’età di 94 anni.
Mezzanotte a Parigi
Questo intenso e singolare romanzo è l’opera principale della scrittrice sudcoreana Han Kang (Gwangju, 27 novembre 1970). Con quest’opera vince il Man Booker International Prize nel 2016, in seguito sarà insignita del Premio Nobel per la letteratura nel 2024.
È un dato di fatto. Da tempo statistiche e studi hanno confermato che se si vuole valutare il grado di emancipazione e di libertà di una nazione occorre guardare al grado di evoluzione e di istruzione delle ragazze e delle donne.
Questo libro tratta di un argomento estremamente delicato e doloroso. La vicenda è purtroppo nota. Si tratta della non più giovanissima autrice Gisèle Pelicot che aiutata da una giornalista in gamba, Bérénice Capatti riesce finalmente a raccontare le sue terribili vicende.
Il prolifico scrittore Maurizio de Giovanni ha il dono di una scrittura maestosa, ricca e coinvolgente, sia che si occupi del Commissario Ricciardi, un personaggio complesso che si trova ad operare a Napoli durante il periodo fascista, tra l’altro libri in cui è presente una ricostruzione storica sontuosa, sia che si occupi di una squadra di poliziotti squinternati, molto presi dalle varie vicissitudini delle loro complicate vite. Sempre a Napoli sua città natale. Si tratta del ciclo dei Bastardi di Pizzofalcone.
Il titolo di questo libro è tratto da un versetto della Bibbia, in particolare dal libro della
Maurizio Canforini
di Carla Roscioli
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