I falsi nella storia dell’antiquariato

di Maria Pia Scirè Calabrisotto

Vi è mai capitato, dopo aver acquistato un oggetto antico da un antiquario o presso uno dei tanti mercatini dell’usato, di tornare a casa gratificati ed iniziare ad esaminarlo girandolo da tutte le parti, convinti di aver concluso un brillante affare? E vi è capitato che dopo l’accurato esame, attraversati da un improvviso brivido, vi siate chiesti: “Sarà autentico?”

Dobbiamo confessarvi che, dopo mezzo secolo di vita dedicata al collezionismo antiquario, ce lo siamo chiesto centinaia di volte anche noi; e già, perché nessuno può sentirsi al sicuro, neanche dopo tanti anni di studio e di esperienza, dalla possibilità di trovarsi dinanzi ad un falso.

I falsi sono nati e si sono evoluti nei secoli parallelamente e proporzionalmente all’interesse per gli oggetti del passato; basti pensare alle reliquie dei martiri che circolarono in Europa ancor prima del Medio Evo: la maggioranza di esse fu frutto di falsificazione.

Anche in una divertente commedia di Carlo Goldoni, La famiglia dell’antiquario, si ironizza molto su un bislacco collezionista che, convinto di fare ottimi acquisti, si circonda di opere spudoratamente false.

Naturalmente acquistare presso un antiquario di fiducia può essere una garanzia; tuttavia, la materia di studio è vastissima; si va dai tempi archeologici ai primi del Novecento!

Comunque, con una buona lente di ingrandimento e con tanto studio alle spalle, si può giungere ad una tale esperienza che, nel più delle volte, è sufficiente una sola occhiata per avere la “sensazione” che un determinato oggetto sia autentico o falso.

Per quanto riguarda la ceramica proveniente da scavo, oltre alle attestazioni di legittima provenienza, e quindi ad un minimo di storia dei manufatti, esistono alcuni sistemi empirici che ne confermano l’autenticità: la prima cosa è partire da un esame stilistico e da un’accurata osservazione della patina e delle incrostazioni ramificate sulla superficie dei vasi; queste sono dovute alla presenza sotterranea di radici, impurità e microclasti derivanti dal calcio ed altre impurità che si trovano nel terreno; se si prova a trattare una piccola parte di queste incrostazioni con dell’acido cloridrico e queste si dissolvono vuol dire che tali sedimentazioni sono di origine naturale; cosa che non avverrà nel caso in cui queste siano state realizzate con l’aiuto di colle sintetiche.

Un test non invasivo è quello di bagnare con acqua pulita una parte del vasellame; accostando al naso la parte bagnata di un vaso autentico si sentirà un forte odore di terra bagnata; al contrario, uno falso non emanerà alcun odore.

Per non alterare la patina dei vasi da scavo si può ricorrere ad un esame spettroscopico delle incrostazioni che, nel caso di oggetto autentico, rivelerà la presenza di carbonato di calcio e silicati; si possono trovare anche delle incrostazioni derivanti dalla presenza di funghi da muffa carbonizzati, presenti ovunque nelle tombe e dovute al microrganismo Micro-coccus carbo che, attraverso i secoli,

trasforma il fungo in carbone, dando origine ad una macchia scura; in caso di falso verrà evidenziata la presenza del collante sintetico.

Anche la termoluminescenza è un ottimo metodo di indagine che si avvale della luminescenza rilasciata da alcuni componenti della ceramica, come i feldspati ed i quarzi; i quali hanno la proprietà di emanare un’energia che si accumula col passare dei secoli dando così al ricercatore l’opportunità di datare il reperto.

Naturalmente queste indagini hanno un costo piuttosto elevato quindi andrà valutata l’opportunità di farne uso soltanto se l’oggetto da analizzare è di grande valore.

Sempre in ambito archeologico non si può non ricordare il controverso caso della Fibula Prenestina (in foto), ritenuta per anni come il primo documento di letteratura latina; venne presentata dal dott.Wolfgang Helbig in una seduta pubblica dell’Istituto Archeologico Germanico il 7 gennaio del 1887; Helbig dichiarò che la fibula fosse stata acquistata da un suo amico a Palestrina nel 1871 pur non conoscendone l’esatta provenienza ma ritenendola quasi identica a quella rinvenuta nel 1876 nella Tomba Bernardini.

Nel 1898 sarà Georg Karo nel Bullettino di Paletnologia Italiana n.24 a dichiarare, incoraggiato da Helbig, che la fibula fosse proveniente dalla Tomba Bernardini a Palestrina.

Nel 1905 Giovanni Pinza fu il primo ad avanzare dubbi sulla sua provenienza ed anche sulla sua autenticità; dopo di lui molti altri studiosi la ritennero un falso; lo stesso Karo dimostra di non credere più al suo rinvenimento nella Tomba Bernardini e, nel 1925, il Pinza riferisce che una persona degna della sua fiducia gli ha confidato il nome dell’orefice che l’ha realizzata; riporta inoltre che alcuni “dotti

stranieri” avrebbero suggerito il testo dell’epigrafe e molto verosimilmente allude ad Helbig, amico di Francesco Martinetti, antiquario senza scrupoli, molto legato al valore del denaro, assai noto nella Roma di fine Ottocento, con cui lo studioso tedesco si intratteneva molto e da cui dichiarò di aver avuto la fibula; l’archeologo, purtroppo, non aveva comportamenti inclini alla rettitudine e lo stesso Theodor Mommsen definì Helbig come un uomo leggero, debole nella volontà e nella morale.

Nel 1978 si intrapresero ricerche approfondite ed analisi scientifiche promosse dalla grande archeologa ed epigrafista Margherita Guarducci; dopo aver esaminato l’epigrafe ebbe la certezza che si trattasse di un falso; propose, quindi, di sottoporre la fibula all’esame di persone qualificate ed attendibili per poter raccogliere tutti i loro giudizi.

Fu così che il 18 luglio del 1978 in via del Collegio Romano, nella vecchia sede del Museo Pigorini, il prof. Pico Cellini, alla presenza di altri studiosi, esaminò il reperto. Il Cellini evidenziò quanto la forma della fibula fosse “sbilanciata” nel rapporto tra l’arco e l’ardiglione; le sfere, che dovrebbero derivare da due semisfere sovrapposte, sono in realtà fuse in un unico pezzo; l’oro è flessibile non friabile come si converrebbe ad un oggetto autentico; la patina rossiccia derivante da un amalgama di ceralacca e granuli di ossido di ferro triturato; le tracce di erosione derivanti da acidi applicati a bella posta e, da ultimo, vi era stata realizzata una doratura finale atta a coprire le molte imperfezioni.

Nel 1979 il prof. Devoto, docente di geologia all’Università di Roma La Sapienza, eseguì esami microstrutturali col microscopio a scansione elettronica mettendo a confronto i risultati con i dati derivanti dagli oggetti autentici; ne conseguì che la lega dell’oro fosse totalmente diversa, così come la tecnica di esecuzione; il prof. Devoto notò inoltre come l’epigrafe fosse stata trattata da acido corrosivo e riempita di mastice fusibile.

Si potrebbe ritenere che la cronistoria della Fibula sia giunta al termine, ma non è così; nel 2011 altri due studiosi ne hanno ripreso lo studio: la dott. Daniela Ferro ed Edilberto Formigli, restauratore capo della Soprintendenza Archeologica della Toscana. Secondo i loro studi scientifici eseguiti per il CNR con spettrometria a raggi x e microscopia a scansione elettronica, giungono alla conclusione che sia la fibula che l’iscrizione siano autentiche e la presenza del mastice dovrebbe derivare da restauri eseguiti nell’Ottocento.

Si può veramente affermare che l’autenticità della fibula in questione sia uno degli argomenti più controversi della storia dell’antiquariato.

La pittura non è da meno; uno dei casi più recenti di cui si è occupata la cronaca riguarda un dipinto su pergamena attribuito a Leonardo da Vinci dagli studiosi e raffigurante il ritratto di Bianca Sforza, figlia naturale di Ludovico il Moro (vedi foto); per verificare la veridicità di tale importante attribuzione si è fatto ricorso alle analisi al Carbonio 14; ne è conseguito che la pergamena fosse databile tra il 1440 ed il 1650.

Inoltre, si è trovata l’impronta di una mano simile a quella rinvenuta nel S.Girolamo della Pinacoteca Vaticana e tutti sappiamo che Leonardo sfumava i colori con le sue stesse mani.

Nel 2015 colpo di scena: un abilissimo falsario, Shaun Greenhalgh, rivelò di essere l’autore del ritratto avendo utilizzato una pergamena del 1587; ma questa sua rivelazione venne definita “ridicola” dagli studiosi; stiamo parlando di un falsario che ha venduto le sue opere ai più grandi musei del mondo e questa storia lascia veramente perplessi.

Per i dipinti è possibile eseguire esami radiografici che evidenziano anche il disegno del pittore e le eventuali correzioni apportate durante l’esecuzione dell’opera; molto utile anche l’uso della pigmentografia che si avvale di un microscopio a scansione elettronica munito di microsonda in grado di rilevare, in modo non distruttivo, i singoli elementi di cui si compone ogni pigmento; cosa molto utile per riconoscere i colori usati dai vari pittori. Naturalmente Rubens non avrebbe usato lo stesso tipo di bianco che avrebbe usato un falsario dell’Ottocento.

Perché questo fenomeno delle falsificazioni? Sicuramente per motivi finanziari ma a volte anche per il puro piacere di mettersi in gioco, di sfidare gli studiosi, per provare il narcisistico compiacimento di essere in grado di trarre in inganno il prossimo…e chissà quali altri reconditi motivi possono spingere un falsario a realizzare talune opere e ad autodenunciarsi dichiarando di esserne l’autore … Una cosa è certa: stiamo parlando di un fenomeno veramente fastidioso che in certi casi può indurre l’acquirente a desistere da un acquisto; soprattutto se si pensa che stiamo vivendo un momento storico assai critico per l’antiquariato in cui il minimalismo vieta di appendere bei quadri alle pareti della propria casa e i mobili non raccontano più il lavoro di abili ebanisti, ma prendono sempre più la forma di anonime scatole; adesso prevale la moda di avere una casa priva di personalità; un periodo, questo, in cui tutto sembra appiattirsi, dal vestiario all’arredamento, e il pubblico appare ormai disinteressato e attratto esclusivamente dal mondo digitale; ma vorrei ricordare che il pubblico ha una grande responsabilità: quella di custodire i beni provenienti dal passato; oggetti che hanno il merito di riscaldare l’atmosfera di un’abitazione, di renderla unica, come le persone che vi abitano.

Acquistate anche pochi pezzi artistici antichi; siano essi quadri, ventagli, miniature, mobili… esistono cose molto belle a prezzi accessibilissimi che doneranno personalità al vostro nido; questo è il modo per non disperdere un prezioso patrimonio che ormai sta andando a finire tutto all’estero; acquistate e proteggete un pezzo della nostra storia ma, mi raccomando, occhio ai falsari!!!

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