IL VOLO DEL MOSCONE

Si apre il sipario. New York 1959. Il salotto di un facoltoso quartiere di Levittown. Lui, Charles Smith  (Pierre Bresolin) è preso dai suoi pensieri, dal suo lavoro. Il forte ronzio di un moscone però  lo infastidisce molto. Un suono cupo, insistente, tetro. Ed è proprio questo suono che dà il titolo all’opera: “Il volo del moscone”.

 All’inizio lo spettatore però non dà gran peso a quel ronzio. E’ più preso dalla scena, dall’atmosfera pigra che c’è in quel salotto dove irrompe  sua moglie Lorna (Valentina Bandera) petulante, insistente, pignola, desiderosa di un figlio a tutti i costi pur sapendo di essere sterile. Ma Charles rimane distratto, freddo e insofferente.

Tra battibecchi, banali discorsi tra marito e moglie, la commedia sembra incentrata più su problemi esistenziali che su altro, quando all’improvviso irrompono sulla scena Johnny e Sally (Luca Mandara e Silvia Fasoli). Due rapinatori da quattro soldi pieni di problemi. Lei incinta per caso, lui costretto al “mestiere” di ladro e rapinatore per necessità.

E qui comincia un intreccio di sentimenti, di sensazioni, di confessioni tra vittime e carnefici. Ognuno di loro tira fuori il proprio lato umano.  Tutti tranne Smith, uomo freddo, calcolatore, cattivo.

A poco a poco lo spettatore viene sempre più coinvolto in questa storia che è tutt’altro che una scenetta familiare o un semplice giallo per via della rapina anzi della mancata rapina. Viene travolto da un continuo crescendo di tono e di mistero. Di curiosità e di interrogativi. Charles forse vuol corrompere il rapinatore per fargli uccidere sua moglie? O forse invece gli sta offrendo soldi, tanti soldi per sbarazzarsi della persona che lo sta perseguitando per telefono. Un’amante? O qualcosa di più serio?  Il tutto sempre sottolineato ogni tanto da quel cupo, insistente e tetro volo del moscone e anche da inquietanti giochi di luci. E la tensione aumenta.

Alla fine proprio la rapinatrice – che da subito aveva avuto la precisa sensazione di aver già visto Smith - si ricorderà di lui e svelerà la sua vera identità. Un capo dei tedeschi che da bambina l’aveva maltrattata in un campo di concentramento. A quel punto Smith è costretto a gettare la maschera, infierirà contro quella ex bambina, ormai donna, incinta, non parlando più in inglese ma in un perfetto tedesco. Un tedesco con cui le urlerà in faccia tutto il suo disgusto verso gli Ebrei. E poi il finale. Che non svelerò. Un crescendo di tono e di tensione, come abbiamo già detto, non solo dovuti al testo e alla regia ma anche grazie alla magistrale recitazione di Bresolin.

Applausi, molti applausi alla fine per gli attori, per il testo della scrittrice Vespina Fortuna Ledda, per il regista Matteo Scarfò, in questo teatro, il teatro Flavio, nel cuore di Roma, nella splendida cornice del  Colle Oppio.  Un teatro di nicchia che ospita spesso rassegne cinematografiche e anche il festival dei cortometraggi.

 

fino al 26 aprile al Teatro Flavio di Roma

Via Giovanni Mario Crescimbeni 19

 

DUE CHIACCHIERE CON IL PROTAGONISTA PIERRE BRESOLIN

  • Dunque Pierre, questa volta una parte da cattivo….anzi, molto cattivo

  • “I cattivi mi hanno sempre interessato, non sono affini alla mia personalità, ma forse mi incuriosiscono perché cerco di capire cosa li spinga a tanto.”

  • Conoscevi già Vespina Fortuna Ledda?

  • “Sì, l’avevo incontrata sul set di un film. Interpretava la parte di mia moglie. Quando il regista Matteo Scarfò mi ha proposto la parte di Smith ho accettato subito molto volentieri. Il testo e la parte del cattivo Smith mi hanno conquistato subito.”

  • Da quello che so ora avrai poco tempo per riposare.

  • Sì, dopo il thriller rimango nell’ambito del “giallo” con una vena anche un po’ comica. Si chiama “Interno 8”. Parla di un omicidio avvenuto in uno stabile, appunto all’interno 8, sul quale indaga il luogotenente dei carabinieri Piscopo. Io interpreterò due personaggi: un inquilino dello stabile e il Procuratore della Repubblica che deve imbastire il processo. Sarò in scena al Teatro Marconi il 9 e il 10 maggio prossimi. “

  • Beh, niente male, dopo “Il volo del moscone”, 10 settimane in scena con due spettacoli al Teatro Prati a Roma, e poi la ripresa del monologo di Salvatore Sciré sul Prof. Raffaele Persichetti, medaglia d’oro al valore civile per essere andato contro i tedeschi a Porta San Paolo, penso che un po’ di vacanze te le sei meritate.

  • “Sai, forse è vero, ma le mie vacanze sono il teatro. Per me il teatro è la mia stessa vita”

Questo l’avevamo capito caro Pierre, l’avevamo capito dalla prima volta che ti abbiamo visto in scena.

Manuela Lucchini

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