CANTARE, OH OH!
Una testimonianza e un ricordo di Carla Roscioli sull’importante realtà rappresentata dai cori.
Mi è giunto di recente un invito a partecipare alla Rassegna “Cantare amantis est”. E’ proprio vero, non si finisce mai di apprendere, nella musica poi…
Si tratta di un evento organizzato dal Maestro Riccardo Muti e siamo già alla seconda edizione.
Sant’Agostino affermava che il canto scaturisce dal cuore di chi ama, da qui il titolo dell’incontro. Il programma è reperibile al seguente link: https://www.riccardomuti.com/event/cantare-amantis-est/.
Sin dalla più tenera infanzia ricordo di aver cantato. Perché si cantava ovunque, L’artigiano cantava, cantava la lavandaia. Si cantava a scuola, si cantava alle funzioni in Chiesa. Fin da piccola ho partecipato a vari cori di Chiesa dove si apprendevano i primi rudimenti del canto gregoriano e anche una prima semplice polifonia.
Quando nel 1992 stavo animando una messa con un coro nel piccolo paese di origine della mia famiglia, nelle Marche, sono stata avvicinata da una lontana parente, anche lei in vacanza, la quale mi ha invitato, parlando in tono assai scherzoso, a far parte di “un coro vero”.
Così a settembre di quell’anno mi presentai al Coro Polifonico del C.I.M.A. (a piazza Cavour presso la Chiesa Valdese, dove si tengono tuttora le prove ogni lunedì da settembre a maggio alle ore 18.
Mi fecero una breve audizione e fui collocata tra i soprani. Poi mi fu consegnato uno spartito di dimensioni considerevoli: si trattava del Messia di Haendel versione Mozart, in tedesco.
Fu come se avessi chiesto di fare un po’ di trekking in montagna e mi avessero portato ai piedi dell’Everest dicendomi: “Sali”!
Così è cominciata la mia avventura che dura ancora, seppur abbia in seguito frequentato anche altri cori.
Cantare in coro, lo dico soprattutto per chi volesse avvicinarsi anche a tarda età a questa esperienza unica, è un’attività che offre un’infinità di benefici psicofisici. Fa bene al cuore, all’anima e al corpo. Numerosi studi attestano che cantare ha comunque effetti positivi perfino sulla durata della vita. https://eufonicamente.it/cantare-coro-bene-corpo-mente/
Ma la pratica corale è anche un grande esercizio di sociabilità, di pazienza, di relazione. Non avrei mai voluto, anche potendo far la solista. Il bello del cantare insieme è proprio nell’esercizio dell’ascolto dell’altro. Bisogna imparare a fondere la propria voce, il proprio timbro, con quello di sconosciuti con cui magari non si è mai cantato prima.
Succede spesso che col tempo si trova un “vicino” o una “vicina” di sedia più graditi, e allora nascono complicità, e a volte anche belle amicizie.
Anche il coro CIMA, creato e diretto tuttora dal Maestro Sergio Siminovich organizzò a suo tempo un maxievento al Palasport di Roma. L’iniziativa si chiamava Verdincanto. Furono portate scolaresche da tutta Italia per cantare alcuni brani di Verdi e non solo.
Ma il poliedrico Maestro ha saputo creare nel tempo decine di iniziative tutte molto originali: lo scambio di coristi con il Coro Haendel di Buenos Aires che Siminovich dirige dividendosi appunto tra Italia e Argentina, i cori all’impronta dove in due ore veniva imbastito ed eseguito un canto nei luoghi più disparati della città, la realizzazione del Festino nella sera del giovedì grasso di Banchieri nel carcere di Rebibbia assieme ai detenuti e sono solo alcuni dei suoi “fiori all’occhiello”.
Ma quanti cori amatoriali esistono a Roma? Naturalmente non abbiamo un numero preciso. L’Albo regionale dei cori amatoriali 2025–2028 elenca 66 gruppi corali amatoriali in tutto il Lazio. Incrociando i vari elenchi la cifra dovrebbe aggirarsi attorno ai 40 cori amatoriali. https://federcori.it/lazio-cori-associati/ https://www.lazioincoro.it/
Voglio concludere con un ultimo ricordo personale, sempre relativo alla mia lunga partecipazione al coro del CIMA. E’ stato anche scritto un libro che narra un po’ la storia di quello che è tra i più longevi cori amatoriali di Roma dal titolo “Autoritratto di Gruppo” a cura di alcuni coristi. Si tratta di una serie di interviste molto simpatiche nelle quali tutti erano invitati a esprimere cosa ricavavano dall’esperienza del canto corale. Ecco la mia!
Quando abbiamo cantato la Messa in Si minore di Bach, eravamo a dicembre del 1994. Io aspettavo il mio secondogenito, Enrico ed ero quasi all'ottavo mese di gravidanza.
Enrico mi aveva dato abbastanza grattacapi perché era agitatissimo e scalciava in continuazione oltreché essere posizionato orizzontalmente rispetto alla posizione di uscita naturale. Si temeva che avrei dovuto ricorrere al parto cesareo. Ricordo quanto fossi terrorizzata all’idea che magari mi sarebbe successo di partorire durante il concerto e che tutti intorno a me avrebbero pronunciato la celebre frase: “C'è un medico in sala?”, facendomi sotterrare nella vergogna.
Fu un successo; ricordo che dopo il concerto (concerto che per lo sforzo e per lo studio ho trovato tra le cose più impegnative che abbia mai cantato) il pargolo si è miracolosamente messo a posto da solo. (ricordo ancora i commenti del maestro Sergio che all’apertura dello spartito aveva commentato: “Quante note!”)
Ora Enrico suona il pianoforte e la chitarra ed ha ben due gruppi con i quali suona la musica rock...chissà magari Bach lo ha aiutato in questa sua attitudine, a me piace pensare di sì.
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