IL PADRONE: RITORNO AL PASSATO CON INCUBO
Al Teatro Quirino di Roma, fino al 22 marzo, è in scena la nuova pièce di Gianni Clementi, Il padrone, che vede tra i protagonisti Nancy Brilli.
Il passato può turbare il presente e quasi sempre tutto ciò ricorre nella drammaturgia di Gianni Clementi, come ad esempio nella commedia Ladro di razza. La ritroviamo anche qui ne Il padrone, nuova commedia nera del prolifico autore romano, con la regia di Pierluigi Iorio e interpretata, per l’appunto, da Nancy Brilli (Immacolata), con Fabio Bussotti (Marcello) e Claudio Mazzenga (Tito). Anche qui non mancano temi molto cari a Clementi: la povertà del dopoguerra, l’ambizione dei sopravvissuti, l’antisemitismo e le leggi razziali, il reato e il senso di colpa, l’etica mutevole e l’immortalità dell’arrivismo.
La storia. Con la promulgazione delle leggi razziali del 1943, molti ebrei trasferirono i loro beni a persone fidate non toccate dagli espropri fascisti. E’ il caso del fedele commesso Marcello Consalvi che diviene l’intestatario di tutti i beni del suo padrone deportato nel rastrellamento del ghetto di Roma. Ed è proprio nel bel soggiorno della nuova casa dei Consalvi che si apre il sipario, un appartamento molto elegante, grazie alla scenografia ben curata di Alessandro Chiti, tredici anni dopo la sparizione del precedente residente, visto che la vicenda è ambientata nel 1956.
In tredici anni molte cose sono cambiate: Marcello non è più commesso ma proprietario, con l’animo però del sottoposto, del dipendente cui qualcuno deve sempre dire cosa fare, sua moglie Immacolata da serva è diventata una gran signora, rinnega la vecchia vita e guarda gli altri dall’alto in basso, compreso il vecchio amico d’infanzia Tito, l’idraulico che per poter mettersi in proprio si è fatto prestare soldi dagli strozzini. Perenne carnefice del marito Marcello, la signora Consalvi non perde occasione per denigrarlo anche davanti agli amici, buttandogli in faccia la sua inadempienza per il nuovo stato sociale. Ma, a fronte di tutto ciò, un bel giorno l’ebreo si rifà vivo, riappare nella famiglia Consalvi.
Il padrone, intravisto o forse fantasticato, rimette in discussione la bella vita agiata e consolidata di Immacolata e Marcello che, con caratteri agli antipodi, pensano varie soluzioni per non perdere la ricchezza ricevuta. Il solo pensiero di dover restituire tutti i loro averi al vero padrone, che sicuramente tornerà, porterà i protagonisti ad aver paura ad ogni bussata alla loro casa. Occorre quindi trovare una soluzione per non continuare a vivere da reclusi o da emarginati. I Consalvi sono diventati accumulatori di proprietà che dalla ricchezza conquistata fortuitamente hanno tratto agi ma anche un personale pensiero di riscatto sociale.
Con ritmi e dialoghi serrati, il confronto fra i coniugi evidenzia il loro carattere, le loro bramosie, il loro lato oscuro. L’ebreo, l’intruso, che ormai aleggia in casa, mette alla prova i limiti della loro etica, porta i Consalvi ai margini del baratro su cui sono disposti ad affacciarsi e in cui vogliono spingere anche il loro amico, l’idraulico che naviga in brutte acque perché in mano agli strozzini, pieno di debiti e che diventa loro complice.
Il regista Pierluigi Iorio riesce a dare alla commedia ritmi brillanti con variegate emozioni che i bravi Nancy Brilli e Fabio Bussotti, con la spalla di Claudio Mazzenga, riescono a trasmettere al pubblico. Pur non essendo forte la caratterizzazione dei loro personaggi, loro emergono ugualmente. Nancy Brilli interpreta una Immacolata cinica, reale e attuale nella sua ambizione che con i soldi degli altri cerca il proprio riscatto sociale; Fabio Bussotti trasmette senso di colpa e assoggettamento infatuato all’unica donna della sua vita; Claudio Mazzenga, Tito l’idraulico, è la maschera appropriata del romano di borgata, ingenuo, infantile, sognatore.
Testo e recitazione rendono lo spettacolo in certi momenti divertenti, in altri emozionano, in altri ancora fanno riflettere e indignare. La macchina della commedia ben godibile va sempre al massimo ma, come un buon motore, non va mai su di giri. I soli tre personaggi sul palco e la scarsa azione scenica, caratteristiche limitative di un certo teatro moderno in questa messinscena non appesantiscono la commedia che scorre piacevolmente per tutti i cento minuti, correndo ad un finale inaspettato ma nello stesso tempo drammatico e forse grottesco, comunque molto applaudito.
Il padrone, sicuramente uno spettacolo da vedere.
Giancarlo Leone
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